LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO   Angelo                           – Presidente   –

Dott. SCODITTI Enrico                       – rel. Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara                           – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele                         – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna                             – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18506/2015 proposto da:

F.A.,             I.D.,             I.E.M.,               I.R., elettivamente domiciliati in ……, presso lo studio dell’avvocato ….. rappresentati e difesi dall’avvocato ….. giusta procura in calce al ricorso; – ricorrenti – contro UGF ASSICURAZIONI SPA,               S.V.; – intimati – avverso la sentenza n. 683/2015 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 26/02/2015; udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 09/11/2017 dal Consigliere Dott. ENRICO SCODITTI.

RILEVATO IN FATTO


che:

I.E.M., F.A. e I.R., in proprio e per la figlia minore I.D., convennero in giudizio innanzi al Tribunale di Benevento Aurora s.p.a. (poi U.G.F. Assicurazioni s.p.a.) e S.V. (in sede di successiva integrazione del contraddittorio) chiedendo il risarcimento del danno, patrimoniale e non patrimoniale. Espose la parte attrice che il giorno 12 marzo 2006 l’autovettura di proprietà del convenuto, a bordo della quale I.E.M. viaggiava quale terzo trasportato sul sedile posteriore, aveva urtato violentemente a causa della condotta imprudente e negligente del conducente contro il guard-rail, con una serie di successivi cappottamenti, e che il I. era stato catapultato fuori, riportando gravi lesioni che comportarono uno stato di coma per dieci giorni e terapie per oltre sei mesi con postumi invalidanti, nonchè lo stato di angoscia dei familiari, in particolare della madre F.A. che aveva riportato una sindrome ansioso-depressiva della durata di quasi quattro mesi. Il Tribunale adito, previa CTU (che aveva fra l’altro determinato nella misura del 21% il danno biologico cagionato a I.E.M.), accolse la domanda, condannando la società assicuratrice al pagamento in favore di I.E.M. della somma complessiva di Euro 103.898,47 (di cui Euro 50.000,00 a titolo di danno morale), previa detrazione dell’importo di Euro 42.000,00 già corrisposto; Euro 11.646,67 (di cui Euro 10.000,00 a titolo di danno morale) in favore di F.A.; Euro 7.000,00 a titolo di danno morale in favore sia di I.R. che di I.D..

Avverso detta sentenza proposero appello la società assicuratrice ed incidentale le parti danneggiate. Con sentenza di data 26 febbraio 2015 la Corte d’appello di Napoli, in parziale accoglimento dell’appello, dichiarò I.E.M. corresponsabile dei danni subiti nella misura del 10% ai sensi dell’art. 1227 c.c, comma 1 e condannò l’assicuratore e S.V. in solido al pagamento in favore di I.E.M. della somma complessiva di Euro 78.028,62, di Euro 5.981,40 in favore di F.A. e di Euro 1.800,00 in favore sia di I.R. che di I.D..

Osservò la corte territoriale che, come dimostrato dai notevoli danni alla carrozzeria del veicolo, fra cui la rottura del lunotto posteriore e dei finestrini, era più che verosimile che lo I. era stato rinvenuto fuori dell’abitacolo in quanto, non avendo allacciato le cinture di sicurezza, era stato con violenza catapultato fuori dell’autovettura (lo stesso CTU aveva osservato che era più che probabile che le lesioni alla testa si erano verificate perchè lo I. era stato sbalzato fuori dall’auto) e che la natura ed entità delle lesioni al capo ed al volto avvaloravano la tesi del mancato allacciamento della cintura, dimostrando una serie di urti sia contro parti dell’abitacolo ed il lunotto che il fondo stradale. Aggiunse che l’esposizione volontaria al rischio da parte del danneggiato aveva ridotto proporzionalmente il contributo causale del danneggiante, avendo il mancato allacciamento costituito il segmento terminale di antecedenti eziologici che avrebbero comunque determinato il sinistro stradale, sicchè, stante la lieve portata dell’apporto causale del mancato uso della cintura di sicurezza, la condotta imputabile al danneggiato poteva essere determinata nella misura del 10%.

Osservò quindi la Corte, quanto al danno morale, che la censura contenuta nell’appello era da accogliere quanto a I.E.M. in quanto l’importo liquidato non trovava adeguata giustificazione nè nella entità del danno subito nè nei criteri posti normalmente a base delle tabelle elaborate dalla giurisprudenza in quanto sulla base delle Tabelle elaborate dal Tribunale di Milano per l’anno 2009, per un soggetto di anni diciannove con postumi invalidanti nella misura del 21%, la misura del risarcimento del danno morale era sempre inferiore alla metà di quanto liquidato per danno biologico, sicchè tenuto conto di tali criteri congruo era l’importo di Euro 25.000,00. Aggiunse che, quanto ai congiunti dello I., la censura era infondata stante la sussistenza del danno morale e che, avuto riguardo alle circostanze del fatto (grave incidente stradale, lesioni gravi, necessità di un delicato intervento chirurgico), equo era riconoscere alla madre, il cui legame era più intenso, l’importo di Euro 5.000,00 ed al padre ed alla sorella quello di Euro 2.000,00 ciascuno, importi da ridurre del 10% stante il concorso colposo del danneggiato.

Hanno proposto ricorso per cassazione I.E.M., F.A., I.R. e I.D. sulla base di cinque motivi. E’ stato fissato il ricorso in Camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 cpc comma 2.

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1227, 2056, 2697, 2727 e 2729 c.c., nonchè dell’art. 115 cpc, ai sensi dell’art. 360 cpc, comma 1, n. 3. Osserva la parte ricorrente che alla carenza di prova ed attività istruttoria in relazione all’omessa utilizzazione della cintura di sicurezza la Corte di appello ha ritenuto di rimediare mediante il ricorso alla prova presuntiva e che il fatto che lo I. fosse stato proiettato all’esterno dell’abitacolo non poteva univocamente collegarsi al mancato uso della cintura ma poteva anche essere collegato alla rottura o allentamento della cintura medesima pur regolarmente indossata, stante la virulenza del sinistro ed in mancanza di accertamenti sullo stato e funzionalità della cintura di sicurezza.

Il motivo è infondato. Va premesso che l’apprezzamento del giudice di merito circa il ricorso alla presunzione semplice, la valutazione della ricorrenza dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge, la scelta dei fatti noti che costituiscono la base della presunzione e il giudizio logico con cui si deduce l’esistenza del fatto ignoto sono riservati al giudice di merito e sono censurabili in sede di legittimità sotto il profilo del vizio di motivazione unitamente all’esistenza della base della presunzione e dei fatti noti, che fanno parte della struttura normativa della presunzione (Cass. n. 27671/2005; 6 agosto 2003, n. 11906). Qualora il giudice di merito sussurra erroneamente sotto i tre caratteri individuatori della presunzione (gravità, precisione e concordanza) fatti concreti che non sono invece rispondenti a quei requisiti, il relativo ragionamento è censurabile in base all’art. 360 cpc n. 3 (e non già alla stregua del n. 5 dello stesso art. 360), competendo alla Corte di cassazione, nell’esercizio della funzione di nomofilachia, controllare se la norma dell’art. 2729 c.c. oltre ad essere applicata esattamente a livello di proclamazione astratta, lo sia stata anche sotto il profilo dell’applicazione a fattispecie concrete che effettivamente risultino ascrivibili alla fattispecie astratta (Cass. n. 17535/2008).

Parte ricorrente non propone una denuncia di vizio motivazionale ma afferma che dalla circostanza che il danneggiato fosse stato sbalzato fuori dall’auto non era possibile dedurre univocamente il fatto del mancato utilizzo della cintura di sicurezza, potendo questo essere imputabile anche ad una rottura o malfunzionamento della cintura. In tale modo denuncia l’errore di sussunzione. Per la configurazione di una presunzione giuridicamente valida non occorre però che l’esistenza del fatto ignoto rappresenti l’unica conseguenza possibile di quello noto, secondo un legame di necessarietà assoluta ed esclusiva (sulla scorta della regola della inferenza necessaria), ma è sufficiente che dal fatto noto sia desumibile univocamente quello ignoto, alla stregua di un giudizio di probabilità basato sull’id quod plerumque accidit (in virtù della regola dell’inferenza probabilistica), sicchè il giudice può trarre il suo libero convincimento dall’apprezzamento discrezionale degli elementi indiziari prescelti, purchè dotati dei requisiti legali della gravità, precisione e concordanza, mentre è da escludere che possa attribuirsi valore probatorio ad una presunzione fondata su dati meramente ipotetici (Cass. n. 2632/2014).

La circostanza valutata dal giudice, e cioè il fatto che il danneggiato sia stato catapultato fuori dall’auto, è astrattamente sussumibile nello schema della inferenza probabilistica, fermo restando che la congruenza probatoria in concreto del fatto noto resta riservata all’apprezzamento del giudice di merito, apprezzamento che resta impugnabile per vizio motivazionale (il giudice di merito ha valutato l’efficacia probatoria del fatto noto considerando tipo ed entità dei danni al veicolo ed alla persona). Non ricorre pertanto il denunciato errore di sussunzione.

Per il resto il motivo, nella misura in cui richiama la carenza di prova ed attività istruttoria in relazione all’omessa utilizzazione della cintura di sicurezza, costituisce censura inammissibile nella presente sede di legittimità, essendo la valutazione della congruenza probatoria delle risultanze processuali di competenza del giudice di merito.

Con il secondo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e art. 115 cpc, ai sensi dell’art. 360 cpc comma 1, n. 4. Osserva la parte ricorrente che agli atti manca la prova, di cui era gravato il danneggiante, dell’omessa utilizzazione della cintura di sicurezza e che pertanto era stato violato l’art. 115, che impone al giudice di porre a fondamento della decisione le prove dedotte dalle parti.

Il motivo è inammissibile. Parte ricorrente desume la violazione della norma processuale dal cattivo apprezzamento delle risultanze istruttorie. Il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 cpc, comma 1, n. 5 (che attribuisce rilievo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e presenti carattere decisivo per il giudizio), nè in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 cpc, n. 4 – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante (Cass. n. 11892/2016).

Con il terzo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1226, 2056 e 2059 c.c., nonchè dell’art. 185 cp, artt. 2 e 32 Cost., ai sensi dell’art. 360 cpc, comma 1, n. 3. Osserva la parte ricorrente, richiamando Cass. n. 1361/2014 e n. 811/2015, che la decisione impugnata ha violato i parametri normativi indicati per avere ancorato asetticamente la determinazione equitativa del danno morale subito da I.E.M. ai parametri dettati per il danno biologico, senza considerare il peso specifico che le lesioni subite, il travagliato percorso terapeutico, le conseguenze in termini di invalidità permanente, il mutamento di immagine esteriore, risultanti chiaramente dagli atti processuali, hanno esercitato sulla psiche del giovane.

Il motivo è inammissibile. Il giudice di appello ha ancorato la liquidazione del danno morale a quanto previsto dalle tabelle di Milano del 2009, facendo riferimento al punto di invalidità determinato. Nella liquidazione del danno biologico, quando manchino criteri stabiliti dalla legge, l’adozione della regola equitativa di cui all’art. 1226 c.c., deve garantire non solo una adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi, essendo intollerabile e non rispondente ad equità che danni identici possano essere liquidati in misura diversa sol perchè esaminati da differenti Uffici giudiziari.

Garantisce tale uniformità di trattamento il riferimento al criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano, essendo esso già ampiamente diffuso sul territorio nazionale e al quale, in applicazione dell’art. 3 Cost., va riconosciuta la valenza, in linea generale, di parametro di conformità della valutazione equitativa del danno biologico alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056 c.c. (Cass. n. 12408/2011; 22 dicembre 2011, n. 28290). La necessità per il giudice di merito di tener conto di tutte le circostanze del caso concreto (c.d. personalizzazione del risarcimento) non significa affatto che il giudice debba sempre e comunque aumentare i valori risultanti dalle eventuali tabelle adottate dall’ufficio giudiziario, ma significa che tale variazione equitativa è necessaria solo in presenza di situazioni di fatto che si discostino in modo apprezzabile da quelle ordinarie (Cass. n. 28423/2011, da ultimo Cass. n. 3505/2016). Stante il carattere onnicomprensivo delle tabelle di Milano, in sede di impugnazione della sentenza si deve articolare chiaramente la doglianza come erronea esclusione, dal totale ricavato in applicazione delle cosiddette “tabelle di Milano”, delle componenti di danno diverse da quella originariamente descritta come “danno biologico”, risultando, in difetto, inammissibile la censura (Cass. n. 20111/2014).

La parte ricorrente si è limitata a dolersi dell’applicazione della tabella e ha indicato circostanze che non si discostano in modo apprezzabile da quelle ordinarie e che rientrano nell’id quod plerumque accidit considerato in linea astratta nell’elaborazione delle tabelle. Stante la mancata deduzione di specificità del caso concreto (che siano comunque state accertate dal giudice di merito), tali da fuoriuscire dai valori standard, il motivo resta inammissibile.

Con il quarto motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1226, 2056 e 2059 c.c., nonchè dell’art. 185 cp, artt. 2 e 32 Cost., ai sensi dell’art. 360 cpc, comma 1, n. 3.

Lamenta la parte ricorrente che il danno morale è stato dimezzato per la madre e decurtato quasi del 70% per il padre e la sorella, nonostante le alterazioni della vita personale che ha comportato la vicenda che ha toccato I.E.M. e nonostante anche il giudice di appello abbia dato atto delle caratteristiche della sofferenza morale patita, e che pertanto sono state violate le norme che presiedono al risarcimento del danno morale.

Il motivo è inammissibile. La stessa parte ricorrente dà atto che il giudice di appello ha considerato la sofferenza interiore patita dal nucleo familiare del danneggiato, ma afferma che tale riconoscimento risulta svilito dalla determinazione dell’ammontare del danno risarcibile. Nella censura non vengono pertanto dedotte circostanze diverse da quelle valutate dal giudice di merito ai fini della liquidazione del danno, che avrebbero comportato la violazione del principio di integralità del risarcimento, ma si denuncia un’incoerenza del quantum liquidato rispetto alle circostanze valutate. In tali termini la censura refluisce nel mero giudizio di merito in ordine all’ammontare del danno, che è profilo riservato alla competenza del giudice di merito, e che è censurabile quanto al giudizio di fatto nella presente sede di legittimità nei limiti del vizio motivazionale, nella specie non proposto.

Con il quinto motivo si denuncia violazione dell’art. 112 cpc, ai sensi dell’art. 360 cpc, comma 1, n. 4. Osserva la parte ricorrente, con riferimento al danno liquidato in favore di F.A., I.R. e I.D., che la sentenza è nulla per manifesta contraddittorietà e illogicità della motivazione in quanto, dopo essere stato riconosciuto il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, è stato effettuato un drastico ridimensionamento degli importi relativi. Aggiunge che il giudice di appello, nel rigettare il motivo di appello, non ha confermato la decisione di primo grado, ma l’ha modificata nella parte relativa agli importi, violando il principio di corrispondenza fra il chiesto ed il pronunciato.

Il motivo è infondato. Non vi è incomprensibilità della ratio decidendi, e dunque la sentenza deve ritenersi assistita dal requisito legale della motivazione, in quanto il giudice di appello ha dapprima considerato quali fossero le circostanze rilevanti ai fini del riconoscimento del diritto al risarcimento del danno morale, ed in seguito ha provveduto alla relativa liquidazione. Anche per ciò che concerne l’appello, risulta chiaro che, al di là del riferimento all’infondatezza del motivo di appello a pag. 9 della motivazione, da riferire evidentemente al solo profilo della spettanza del diritto al risarcimento del danno morale, il giudice di merito ha accolto il motivo di censura nei limiti del profilo relativo al quantum risarcibile (nè risulta denunciata la violazione del principio devolutivo dell’appello e di quello di acquiescenza di cui agli artt. 342 e 329 cpc).

Nulla per le spese in mancanza della partecipazione al giudizio della parte intimata.

Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 e viene disatteso, sussistono le condizioni per dare atto, ai sensi della l. n. 228/2012, art. 1, comma 17, che ha aggiunto del Testo Unico di cui al Dpr n. 115/2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del Dpr n. 115/2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla l. n. 228/2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 9 novembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 7 dicembre 2017

 

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Marina Crisafi

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