LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo                           – Presidente   –

Dott. DI FLORIO Antonella                         – Consigliere –

Dott. ROSSETTI   Marco                             – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco                             – Consigliere –

Dott. PORRECA   Paolo                       – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17490-2014 proposto da:           M.A., (OMISSIS),           A.A. (OMISSIS),         AI.AL.,                         AI.DO.MN. elettivamente domiciliati in …., presso lo studio dell’avvocato …., che li rappresenta e difende unitamente agli avvocati …. giusta procura a margine del ricorso; – ricorrenti – contro …. (OMISSIS), in persona del l.r.p.t. Dott.             C.G., elettivamente domiciliata in …., presso lo studio dell’avvocato ….., che la rappresenta e difende giusta procura a margine del controricorso; – controricorrente –   avverso la sentenza n. 4691/2013 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 27/12/2013; udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 18/12/2017 dal Consigliere Dott. ANTONELLA DI FLORIO.

RITENUTO

che:

  1. Ai.Al. nonchè A.D., A.A. ed M.A. (il primo padre e marito degli altri attori) evocarono in giudizio dinanzi al Tribunale di Milano la Fondazione “(OMISSIS)” perchè venisse accertata la responsabilità contrattuale ed extracontrattuale della fondazione in relazione ai danni patrimoniali e non patrimoniali conseguenti al trapianto di fegato cui Ai.Al. si era sottoposto, essendo affetto da cirrosi epatica HCV correlata. Dedussero, al riguardo, che le negative conseguenze dell’intervento erano state aggravate da una caduta dell’ Ai. verificatasi, il giorno successivo all’intervento chirurgico, nella toilette dell’ospedale, la cui dinamica aveva determinato una condizione di ipossia, con danni permanenti di natura neurologica e psicologica a carico del paziente.
  2. In particolare, Ai.Al. chiese il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali complessivamente derivanti dalla degenza, consistenti nella gravissima invalidità permanente riportata anche in ragione dell’episodio sopra menzionato; A.D., A.A. e M.A. domandarono il risarcimento dei danni, patrimoniali e non, patiti iure proprio a causa della malattia del congiunto. Espletata CTU medico legale, il Tribunale, con ordinanza ex art. 186 quater c.p.c., accolse parzialmente la domanda sia in favore di Ai.Al. sia in favore della moglie e dei figli, condannando la ICCRS a corrispondere agli attori, in solido, la somma di Euro 276.030,00.
  3. Avverso il predetto provvedimento – al quale gli attori non fecero seguire la richiesta di sentenza ex art. 186 quater c.p.c., u.c. – è stato proposto, dagli stessi, appello dinanzi alla Corte milanese che rigettava l’impugnazione.
  4. Ai.Al., A.D., A.A. e M.A. ricorrono per la cassazione della predetta sentenza affidandosi a quattro motivi, illustrati anche da memoria ex art. 380 bis c.p.c., comma 1.

La parte intimata ha notificato ai ricorrenti controricorso.

CONSIDERATO

che:

  1. Con il primo motivo, ex art. 360 c.p.c., n. 5, i ricorrenti censurano l’immotivato rigetto del giudice d’appello dell’istanza da loro avanzata per l’espletamento di una nuova CTU, nonchè l’omesso esame delle contestazioni mosse ai numerosi errori di valutazione commessi dall’ausiliare nominato dal Tribunale; lamentano altresì la mancata ammissione, senza alcuna pronuncia al riguardo, delle prove orali dedotte dinanzi al predetto giudice.
  2. Con il secondo motivo, ex art. 360 c.p.c., n. 5, i ricorrenti lamentano l’omesso esame di fatti decisivi esposti nel corso dei primi due gradi di giudizio per il riconoscimento dei danni patrimoniali e morali subiti da ciascun appellante.
  3. Con il terzo motivo, proposto ex art. 360 c.p.c. n. 3, i ricorrenti lamentano il rigetto della dedotta violazione dell’obbligo di consenso informato, con riferimento al principio sancito dall’art. 32 Cost.
  4. Con il quarto motivo, proposto ex art. 360 c.p.c., n. 3, censurano, infine, la liquidazione complessiva dell’importo oggetto di condanna in favore di tutti gli appellanti in via fra loro solidale, senza alcuna specificazione delle voci di danno riconosciute, statuizione del primo giudice che la Corte d’Appello milanese aveva omesso di correggere, con violazione degli artt. 99, 100 e 112 c.p.c.
  5. Tutti i motivi proposti -sintetizzati con riferimento all’unica puntualizzazione sistematica contenuta nelle conclusioni (pag. 23 e 24 del ricorso) – sono inammissibili.
  6. Con la prima censura (che, sopra enunciata, deve essere correlata con i rilievi contenuti al punto C dell’atto introduttivo) i ricorrenti, dopo aver ammesso che la sentenza impugnata si era dilungata alle pagg. 5-9 sulla richiesta di ammissione di nuova CTU, visti i risultati insoddisfacenti delle prime due, lamentano che la Corte si era limitata a condividere acriticamente i risultati degli accertamenti svolti, omettendo di esaminare fatti decisivi per il giudizio: ma, dando atto, con articolate argomentazioni contenute da pag. 18 a 22 del ricorso, dell’avvenuto esame da parte del giudice d’appello delle censure mosse sul punto all’ordinanza impugnata, i ricorrenti contraddicono il rilievo sollevato ed il riferimento normativo dedotto (art. 360 c.p.c. n. 5), facendo emergere il tentativo di ottenere un nuovo vaglio del merito della controversia, precluso al giudice di legittimità. La censura, per tali ragioni, deve dichiararsi inammissibile.
  7. Il secondo motivo, come sopra enunciato, manca totalmente di autosufficienza e non può essere esaminato per violazione dell’art. 366 c.p.c. nn. 4 e 6: la doglianza, infatti, è stata genericamente enunciata a pag. 22 del ricorso, senza alcun riferimento specifico alle voci di danno che ciascun ricorrente ritiene non esaminata.
  8. Il terzo motivo è inammissibile in quanto la domanda concernente il danno derivante dalla mancata acquisizione del consenso informato sulla utilizzazione del farmaco che fu somministrato ad Ai.Al. successivamente all’intervento, e cioè il “(OMISSIS)” (al posto della più usata “(OMISSIS)”), è stata introdotta per la prima volta in questa sede di legittimità come fattispecie autonoma, consistente nel “danno per la violazione del diritto all’autodeterminazione” collegato all’art. 32 Cost.: infatti, mentre la circostanza risulta meramente allegata nel primo grado di giudizio, la domanda risarcitoria non ha per oggetto la specifica fattispecie (al riguardo, cfr. anche le conclusioni riportate nella sentenza d’appello prodotta con il ricorso).

Sul punto, questa Corte ha avuto modo di precisare che “nel caso in cui l’attore abbia chiesto con l’atto di citazione il risarcimento del danno da colpa medica per errore nell’esecuzione di un intervento chirurgico (e, quindi, per la lesione del diritto alla salute), e domandi poi in corso di causa anche il risarcimento del danno derivato dall’inadempimento, da parte dello stesso medico, al dovere di informazione necessario per ottenere un consenso informato (inerente al diverso diritto alla autodeterminazione nel sottoporsi al trattamento terapeutico), si verifica una “mutatio libelli” e non una mera “emendatio”, in quanto nel processo viene introdotto un nuovo tema di indagine e di decisione, che altera l’oggetto sostanziale dell’azione e i termini della controversia, tanto da porre in essere una pretesa diversa da quella fatta valere in precedenza.” (ex multis, Cass. 24072/2017).

  1. Il quarto motivo è inammissibile per mancanza di autosufficienza in relazione alla violazione dedotta (art. 360 c.p.c., n. 3): infatti, in primo luogo non viene indicata la specifica censura mossa all’ordinanza impugnata dinanzi al giudice d’appello, censura che, dall’esame delle conclusioni riportate nella sentenza prodotta, non risulta formulata; in secondo luogo, anche a voler ritenere che dette conclusioni postulino una domanda di condanna proporzionale e non solidale rispetto a ciascuna posta richiesta, il Collegio osserva che il ricorso non prospetta la suddivisione che il ricorrente intende ottenere sulla base del quantum debeatur riconosciuto con l’ordinanza impugnata. Appare pertanto palese la violazione dell’art. 366 c.p.c., nn. 4 e 6.

In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

Le spese del grado seguono la soccombenza.

Ai sensi del Dpr n. 115/2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso proposto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte,

dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna Ai.Al., M.A., A.D. e A.A. a rifondere alla …. le spese del grado che liquida in Euro 5000,00 oltre accessori e rimborso forfettario spese generali nella misura di legge.

Ai sensi del Dpr n. 115/2002, art. 13, , comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso proposto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’udienza camerale della sezione terza civile, il 18 dicembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 13 febbraio 2018

 

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Marina Crisafi

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