LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo                           – Presidente   –

Dott. FRASCA     Raffaele                         – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco                             – Consigliere –

Dott. PORRECA   Paolo                             – Consigliere –

Dott. SAIJA     Salvatore                   – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3770/2015 proposto da:               D.G.L., elettivamente domiciliata in ….., presso lo studio dell’avvocato ….., che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati …..giusta procura speciale a margine del ricorso; – ricorrente – contro DIRETTORE GENERALE pro tempore DELL’AZIENDA SANITARIA LOCALE (OMISSIS), Prof.                     Z.F.N. nella qualità di Commissario Liquidatore della soppressa U.L.S.S. di (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ……, presso lo studio dell’avvocato ….., rappresentato e difeso dall’avvocato …. giusta procura speciale in calce al controricorso; – controricorrente – avverso la sentenza n. 794/2014 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA, depositata il 15/07/2014; udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 18/10/2017 dal Consigliere Dott. SALVATORE SAIJA; lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. SGROI Carmelo, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso, per quanto di ragione.

FATTI DI CAUSA


Con sentenza del 11.3.2008, il Tribunale di Chieti rigettò la domanda proposta da D.G.L. nei confronti del Commissario Liquidatore della soppressa USL di (OMISSIS) per i danni derivatile da trasfusioni di sangue infetto effettuate nel 1976 presso l’ospedale di (OMISSIS), a seguito delle quali ella era risultata essere affetta da epatite C. Il Tribunale, in particolare, aveva rilevato che alcuna responsabilità potesse ascriversi al convenuto n.q., in quanto fino al 1978 non esistevano test diagnostici che consentissero di individuare i donatori di sangue affetti da epatite C.

La D.G. propose gravame, cui resistette il Commissario Liquidatore, riproponendo ex art. 346 c.p.c., la eccezione di carenza di legittimazione passiva. La Corte d’appello dell’Aquila, in riforma della sentenza di primo grado, accolse detta eccezione, con decisione del 15.7.2014.

D.G.L. ricorre ora per cassazione, affidandosi a tre motivi. Resiste con controricorso il Commissario Liquidatore. Il P.G. ha depositato conclusioni scritte, chiedendo l’accoglimento del ricorso. Sia la ricorrente che il controricorrente hanno depositato memoria.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1 – Con il primo motivo, deducendo “violazione e falsa applicazione degli artt. 100, 115 c.p.c., degli artt. 1218, 1225, 1228 e 2697 c.c., del D.P.R. n. 1256 del 1971, artt. 44, 46, 47 e 104, dei principi di cui alla sentenza Cass. SU n. 577/2008, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”, la ricorrente sostiene che ella aveva proposto azione contrattuale contro la ex USL (in relazione all’inadempimento della prestazione di spedalità cui era obbligata), da tenere distinta dall’azione esercitabile contro il Ministero, di natura aquiliana, riguardo al dovere di controllo e indirizzo sulla gestione del sangue ad uso umano. Tale qualificazione era stata fatta propria, secondo la ricorrente, anche dalla sentenza di primo grado, ed era stata previamente accettata dalla stessa USL nei propri atti difensivi; del resto, l’appello proposto dalla stessa D.G. concerneva proprio l’esclusione della dedotta responsabilità ex contractu in capo alla ex USL, come ritenuto dal primo giudice, a causa della indisponibilità di adeguati test diagnostici del virus HCV, all’epoca del contagio. La Corte d’appello, invece, nell’accogliere l’eccezione di carenza di legittimazione passiva, ha violato i principi affermati da Cass. SU n. 577/2008, non tenendo conto degli obblighi normativi esistenti in materia trasfusionale, come quelli di cui al Dpr n. 1256/1971, nè dell’obbligo di diligenza gravante sulla struttura ospedaliera ex art. 1176 c.c. Ha quindi errato la Corte territoriale nel non riconoscere in capo alla ex USL la titolarità della situazione giuridica che le derivava dalla prospettazione attorea, così violando le norme in rubrica.

1.2 – Con il secondo motivo, deducendo “violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, e dell’art. 111 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”, la ricorrente lamenta che la motivazione resa dalla Corte sarebbe apparente, perchè non concernente l’oggetto della domanda da lei effettivamente proposta.

1.3 – Con il terzo motivo, deducendo “violazione dell’art. 112 c.p.c., e dell’art. 111 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per nullità della decisione derivante dalla omessa pronuncia sulla domanda ad oggetto la dedotta sussistenza dell’obbligo contrattuale di somministrare sangue preventivamente controllato”, si denuncia l’omessa pronuncia sulla domanda effettivamente proposta dalla ricorrente, che peraltro aveva specificato, sin dalle note depositate in primo grado in data 8.11.2006, che l’azione proposta era quella per responsabilità contrattuale.

2.1 – I motivi possono esaminarsi congiuntamente, stante la loro connessione, e risultano nel complesso fondati.

Premesso che, contrariamente all’assunto della controricorrente, la censura formulata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, è del tutto pertinente (essendosi sostanzialmente denunciata, tra l’altro, la violazione delle regole in tema di responsabilità contrattuale, e non già un semplice vizio di motivazione), non v’è dubbio che il percorso decisionale seguito dalla Corte aquilana sia errato, giacchè giunge ad escludere tout court la legittimazione passiva della ex USL in subiecta materia, senza però tener conto della prospettazione attorea, ossia, senza scrutinare l’eccezione alla luce dell’azione in concreto esercitata dalla D.G..

Invero, costituisce oramai ius receptum l’insegnamento di Cass. SU n. 577/2008 (che tra l’altro richiama, sul punto, il precedente di Cass., SU, n. 9556/2002), secondo cui tra paziente e struttura ospedaliera si configura un rapporto contrattuale autonomo e atipico (c.d. di spedalità), in forza del quale “la struttura deve quindi fornire al paziente una prestazione assai articolata, definita genericamente di “assistenza sanitaria”, che ingloba al suo interno, oltre alla prestazione principale medica, anche una serie di obblighi c.d. di protezione ed accessori” (così il citato precedente del 2008, in motivazione).

In questo solco, avuto riguardo allo specifico tema della responsabilità da trasfusioni di sangue infetto, è stato quindi condivisibilmente affermato (si veda Cass. n. 15453/2011, in motivazione) che la “responsabilità extracontrattuale del Ministero, in ordine ai sopraindicati compiti di controllo, direzione e vigilanza, non esclude affatto quella (eventualmente) a carico della struttura e dei medici, a carattere, invece, contrattuale ex artt. 1218 e 1228 c.c., quanto meno in relazione al c.d. contatto sociale che viene a instaurarsi tra paziente, strutture sanitarie e medici, anche in caso di emotrasfusioni (su tali punti si conferma, quindi, quanto già deciso da questa Corte, con le decisioni nn. 13953/2007, 577/2008, 10741/2009)”. Pertanto, “(…) b) la legittimazione passiva in ordine alle domande risarcitorie sussiste sia nei confronti del Ministero ex art. 2043 c.c., che nei confronti della struttura del personale sanitario ex artt. 1218 e 1228 c.c.; (…)”.

Così stando le cose, la Corte aquilana ha quindi errato sia nel non valutare secondo diritto l’azione effettivamente esercitata dalla D.G. (ossia quella da responsabilità contrattuale, sulla quale del resto s’era pronunciata, rigettandola, il giudice di primo grado, tanto vero che tale decisione era stata specificamente gravata dall’odierna ricorrente), sia nell’individuare il legittimato passivo nel Ministero della Salute anzichè, come avrebbe dovuto alla luce delle prospettazioni attoree, nella ex USL, d’altronde unica evocata in giudizio.

Non è superfluo aggiungere che la presente decisione non si pone in contrasto con la recente Cass. n. 3261/2016, secondo cui “In materia di emotrasfusione e contagio da virus HBV, HIV, HCV, non risponde per inadempimento contrattuale la singola struttura ospedaliera, pubblica o privata, inserita nella rete del servizio sanitario nazionale, che abbia utilizzato sacche di sangue, provenienti dal servizio di immunoematologia trasfusionale della USL, preventivamente sottoposte ai controlli richiesti dalla normativa dell’epoca, esulando in tal caso dalla diligenza a lei richiesta il dovere di conoscere e attuare le misure attestate dalla più alta scienza medica a livello mondiale per evitare la trasmissione del virus, almeno quando non provveda direttamente con un autonomo centro trasfusionale”. Il profilo in quel caso esaminato, e riportato nella massima che precede, attiene infatti al piano del merito, che resta ovviamente ed interamente impregiudicato nel giudizio di rinvio conseguente alla presente pronuncia.

3.1 – In definitiva, il ricorso è accolto. Va quindi disposta la cassazione della sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’appello dell’Aquila, in altra composizione, che si atterrà al principio di diritto sopra enunciato e provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il ricorso, cassa in relazione e rinvia alla Corte d’appello dell’Aquila, in altra composizione, che provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Corte di Cassazione, il 18 ottobre 2017.

 

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Marina Crisafi

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