LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO   Angelo                             – Presidente   –

Dott. DI FLORIO Antonella                         – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI   Chiara                             – Consigliere –

Dott. CIRILLO   Francesco Maria                   – Consigliere –

Dott. SPAZIANI   Paolo                         – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 10861-2015 proposto da:

H.E.,           D.S.S., elettivamente domiciliati in ……, presso lo studio dell’avvocato ……giusta procura in calce al ricorso; – ricorrenti – contro             F.G., elettivamente domiciliato in …. presso lo studio dell’avvocato …., che lo rappresenta e difende giusta procura in calce al controricorso; – controricorrente – e contro UGF ASSICURAZIONI SPA, già UNIPOL ASSICURAZIONI SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ….. presso lo studio dell’avvocato …… che la rappresenta e difende giusta procura in atti; – resistente – avverso la sentenza n. 1418/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 03/03/2014; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 21/11/2017 dal Consigliere Dott. PAOLO SPAZIANI; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CARDINO Alberto, che ha concluso per l’accoglimento del 10 motivo di ricorso; udito l’Avvocato …… per delega non scritta; udito l’Avvocato …..; udito l’Avvocato ….. per delega.

FATTI DI CAUSA


H.E. e D.S.S. convennero, dinanzi al Tribunale di Roma, F.G. e la Meieaurora Assicurazioni s.p.a., chiedendone la condanna al risarcimento dei danni iure proprio e iure hereditatis, subiti in conseguenza della morte di D.S.B. (figlio della prima e fratello della seconda), avvenuta, dopo tre giorni di agonia, in seguito ad un incidente nautico verificatosi al largo di (OMISSIS), in occasione del quale la vittima era stata investita dal motoscafo condotto da F.G. mentre stava praticando pesca subacquea.

Il Tribunale accolse parzialmente la domanda, condannando il responsabile e l’Aurora Assicurazioni s.p.a. (già Meieaurora Assicurazionis.p.a.), in solido tra loro, a pagare a H.E. la somma di Euro 184.407 e a D.S.S. la somma di Euro 84.407, oltre accessori.

La Corte di Appello di Roma – adita dalle attrici con impugnazione principale e dai convenuti con impugnazione incidentale – le ha accolte solo limitatamente al capo delle spese di lite, rigettandole nel resto, osservando, in relazione all’appello principale, per quanto ancora interessa:

– che, con riguardo alla mancata liquidazione del danno biologico da inabilità temporanea, asseritamente subito da H.E., il consulente tecnico d’ufficio, dopo aver diagnosticato in capo all’attrice una depressione involutiva, aveva affermato che da essa era derivato un danno biologico permanente, in conseguenza della morte del figlio, valutabile nella misura del 15%, mentre la voce relativa all’inabilità temporanea non era stata considerata neppure dal perito di parte; pertanto, poichè non era stata ravvisata guarigione, non poteva rilevarsi alcuna inabilità temporanea, intesa quale inattività del danneggiato durante la malattia e la convalescenza sino alla stabilizzazione dei postumi, con conseguente necessità di confermare la statuizione del primo giudice in ordine al danno biologico patito dall’attrice iure proprio;

– che, con riguardo alle altre voci di danno non patrimoniale, l’allegazione delle appellanti secondo cui il tribunale non aveva distinto il danno morale in senso stretto dal danno da perdita del rapporto parentale (con conseguente indebita riduzione dell’importo liquidato cumulativamente per tali voci) non poteva condividersi, avuto riguardo, in generale, al principio di unitarietà della liquidazione del danno non patrimoniale stabilito dalle sentenze della Corte di Cassazione dell’11 novembre 2008 e tenuto conto, in particolare, della circostanza che il giudice di primo grado aveva considerato tutte le circostanze del caso concreto (prematurità del decesso, intensità del legame affettivo; convivenza; presenza di altri congiunti conviventi; età della vittima; gravità dell’evento, natura colposa del fatto) al fine di procedere all’adeguata liquidazione, e senza che fosse possibile invocare l’applicazione delle tabelle milanesi, che non erano state prodotte in giudizio;

– che con riguardo al danno iure hereditatis da perdita della vita, si trattava di un danno non risarcibile alla luce dell’orientamento giurisprudenziale di legittimità;

– che infine, con riguardo al danno biologico “terminale” e al danno morale “catastrofale” (entambi in astratto risarcibili iure hereditatis), doveva rigettarsi la censura di incongruità della liquidazione operata dal primo giudice, atteso che il primo era stato debitamente ancorato alla durata effettiva della vita della vittima, mentre, con riguardo al secondo, non ne risultava provato il presupposto, consistente nella consapevolezza, da parte della vittima medesima, della gravissima entità delle lesioni subite e dell’imminenza della morte.

Propongono ricorso per cassazione H.E. e D.S.S. sulla base di quattro motivi. Risponde con controricorso F.G.. UnipolSai Assicurazionis.p.a. (già Aurora Assicurazioni s.p.a.) ha depositato atto di costituzione. F.G. ha depositato memoria ex art. 378 cpc.

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Il primo motivo denuncia “violazione degli artt. 112 e 132 cpc, nonchè violazione degli artt. 2043 e 2059 c.c., nonchè ove applicabili della l. n. 57/2001, art. 5, comma 2, lett. b, D.M. 3 giugno 2004 e D.M. 10 giugno 2005 Ministero delle attività produttive e dlgs n. 209/2005, cod. ass. art. 139, comma 1, lett. b), ed ulteriore violazione degli artt. 2, 3, 13, 22, 27 e 32 Cost., in riferimento all’art. 360 cpc, comma 1, nn. 3, 4 e 5 c.p.c., in ordine al mancato riconoscimento del diritto (iure proprio) della H. al risarcimento del danno non patrimoniale, sotto il profilo del danno biologico da inabilità/invalidità temporanea, da essa patito in conseguenza dei fatti per cui è causa”.

La sentenza impugnata viene censurata nella parte in cui non ha riconosciuto il danno biologico da inabilità temporanea assoluta nei confronti di H.E..

Premesso che nel caso di specie la consulenza tecnica d’ufficio espletata in primo grado aveva accertato la sussistenza, a suo carico, di una reazione psicogena depressiva trattata per anni con farmaci antidepressivi successivamente dismessi, la ricorrente sottolinea l’erroneità in diritto, nonchè il carattere manifestamente illogico e contraddittorio, della motivazione posta a fondamento della decisione della Corte di Appello, la quale ha escluso la sussistenza dell’inabilità temporanea sul presupposto che non era stata ravvisata guarigione.

1.1. Il motivo è infondato.

La statuizione della Corte di Appello si fonda su due rilievi concettualmente distinti: per un verso si fa riferimento alla circostanza che non era stata ravvisata guarigione per farne discendere l’implicazione circa l’impossibilità di rilevare alcuna inabilità temporanea assoluta, intesa quale inattività del danneggiato durante la malattia e la convalescenza sino alla stabilizzazione dei postumi; per altro verso si fa riferimento alle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio e di quella di parte, per evidenziare che, all’esito dell’indagine medico-legale, era stato accertato soltanto un danno biologico permanente di grado pari al 15%, mentre il danno temporaneo non era stato considerato neppure dal consulente di parte.

Mentre il primo rilievo è obiettivamente incomprensibile e si traduce in una motivazione apparente, il secondo rilievo dà conto, con congrua (ancorchè succinta) motivazione, dell’indagine di merito espletata, la quale aveva escluso che dalla patologia depressiva contratta a causa della morte del figlio fossero derivati ad H.E. uno o più periodi di inabilità temporanea assoluta (intesa come incapacità di attendere alle attività quotidiane della vita) ed aveva invece consentito di accertare che dalla predetta patologia era conseguita soltanto un’inabilità permanente parziale, valutabile nella misura del 15%.

Tale distinto rilievo, che integra una autonoma ratio decidendi, non è censurabile in sede di legittimità, non essendo consentito a questa Corte, previa rivalutazione delle risultanze della consulenza d’ufficio e di quella di parte, di sostituire un nuovo accertamento di fatto a quello già compiuto dal giudice del merito e da questi congruamente motivato.

Occorre dunque prendere atto della correttezza della statuizione della Corte territoriale giacchè fondata sul motivato ed insindacabile apprezzamento delle risultanze istruttorie, previa correzione della motivazione (ex art. 384 cpc, comma 4) mediante epurazione della stessa dal primo dei due rilievi sopra illustrati.

  1. Il secondo motivo denuncia “violazione degli artt. 112 e 132 cpc, nonchè violazione degli artt. 1226, 2043 e 2059 c.c., ed ulteriore violazione degli artt. 2, 3, 13, 27 e 32 Cost. in riferimento all’art. 360 cpc, comma 1, n. 3, in ordine al mancato risarcimento, ovvero al non integrale risarcimento, del danno non patrimoniale nelle sue componenti del danno morale, del danno da perdita del rapporto parentale e/o danno esistenziale, alle ricorrenti dovuto iure proprio in conseguenza dei fatti per cui è causa”.

Le ricorrenti censurano la sentenza impugnata nella parte in cui non avrebbe riconosciuto l’integrale risarcimento del danno morale e del danno da perdita del rapporto parentale, il quale ultimo si sarebbe tradotto in una modificazione peggiorativa della loro personalità e della loro vita di relazione e avrebbe quindi prodotto un danno esistenziale.

Ribadiscono, da un lato, che la liquidazione cumulativa delle due autonome e distinte voci di danno, operata dal giudice di prime cure e non riformata dal giudice di appello, non avrebbe consentito di tenere conto, anche attraverso adeguata personalizzazione, della concreta entità del pregiudizio da loro subito; dall’altro lato, che la liquidazione avrebbe dovuto essere effettuata facendo applicazione delle tabelle milanesi, indicando altresì la somma asseritamente spettante in base alle stesse, da quantificare in Euro 250.000 per H.E. e in Euro 100.000 per D.S.S..

2.2. Il motivo è in parte infondato in parte inammissibile.

E’ infondato nella parte in cui censura la mancata distinzione, in sede di liquidazione, tra danno morale in senso stretto e danno da perdita del rapporto parentale.

Al riguardo va infatti rammentato che con le sentenze delle Sezioni Unite di questa Corte dell’11 novembre 2008 il danno non patrimoniale è stato ricondotto ad una nozione unitaria, pur avvertendosi della necessità di tenere conto di tutti i pregiudizi subiti dalla vittima nel caso concreto nonchè dell’effettiva consistenza delle sofferenze da lei patite, in funzione dell’integralità del ristoro, da salvaguardare attraverso l’eventuale personalizzazione della liquidazione (cfr., in particolare, Cass. SU n. 26972/2008).

Ne consegue che le diverse componenti dell’unitario danno non patrimoniale, pur valutate nella loro differenza ontologica, debbono sempre dar luogo ad una valutazione globale.

Nel caso di specie, la Corte di Appello ha fatto buongoverno degli illustrati principi, in quanto mentre da un lato ha correttamente avallato la scelta del primo giudice di procedere ad una liquidazione unitaria delle diverse voci di danno non patrimoniale, dall’altro lato non si è sottratta al compito di sindacare (con motivato giudizio di merito, non suscettibile di ulteriore controllo in questa sede) l’adeguatezza della liquidazione, rimarcando che il tribunale aveva tenuto conto di tutte le circostanze del caso concreto, ed in particolare dell’età della vittima, della prematurità del decesso, della gravità dell’evento, dell’intensità del legame affettivo tra la vittima e i suoi prossimi congiunti e del rapporto di convivenza tra gli stessi.

Il motivo in esame è invece inammissibile nella parte in cui censura la mancata applicazione delle tabelle milanesi, indicando anche la somma asseritamente spettante in base alle stesse.

Deve in proposito ribadirsi il principio, già affermato da questa Corte, secondo cui, in tema di liquidazione del danno alla persona e con riferimento ai criteri di cui alle tabelle milanesi, che non costituiscono fatto notorio, non soddisfa l’onere di autosufficienza di cui all’art. 366 cpc, comma 1, n. 6, il ricorso per cassazione che si limiti a riportare le somme pretese in applicazione delle stesse, omettendo di indicarle specificamente tra i documenti ex art. 369 cpc, comma 2, e di individuare l’atto con il quale siano state prodotte nel giudizio di merito ed il luogo del processo in cui risultino reperibili; nè è ammissibile la loro successiva produzione ex art. 372 cpc, comma 2, non trattandosi di documenti relativi all’ammissibilità del ricorso (Cass. n. 25817/2017, Cass. n. 12288/2016). In altre parole, l’ammissibilità della censura avente ad oggetto l’erronea o mancata applicazione dei parametri tabellari in sede di liquidazione del danno, presuppone non solo che la questione sia già stata posta nel giudizio di merito, ma anche che il ricorrente abbia versato in atti le tabelle (Cass. n. 12397/2016; Cass. n. 24205/2014), mentre, nel caso di specie, sono le stesse ricorrenti che danno atto del mancato tempestivo deposito delle stesse, il cui utilizzo sarebbe stato “suggerito” alla Corte di Appello solo in comparsa conclusionale.

  1. Il terzo motivo denuncia “violazione degli artt. 112 e 132 cpc, nonchè violazione degli artt. 1226, 2043 e 2059 c.c., ed ulteriore violazione degli artt. 2, 3, 13, 27 e 32 Cost. in riferimento all’art. 360 cpc, comma 1, n. 3, in ordine al mancato risarcimento alle ricorrenti (iure proprio e/o iure hereditatis) del danno non patrimoniale derivante da perdita della vita del D.S.B., in conseguenza della sua morte dovuta a fatto e colpa esclusivi del convenuto F.G., da liquidarsi in via equitativa”.

La sentenza impugnata viene censurata nella parte in cui ha negato alle ricorrenti il risarcimento del danno non patrimoniale conseguente alla lesione del diritto alla vita subita da D.S.B..

Le ricorrenti, oltre ad evidenziare che il diritto alla vita ha trovato esplicita tutela nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, ricordano, in particolare, i principi affermati da questa Corte con sentenza n. 1361/2014, alla stregua della quale, per un verso, il danno da perdita della vita, bene supremo dell’individuo, quale pregiudizio diverso da quello alla salute, si differenzierebbe sia dal danno biologico “terminale” che dal danno morale “catastrofale” e dovrebbe essere sempre ristorato; per altro verso, il diritto al ristoro di tale pregiudizio, acquisendosi dalla vittima istantaneamente al momento della lesione mortale (dunque, anteriormente all’exitus, quale imprescindibile eccezione al principio dell’irrisarcibilità del danno-evento e della risarcibilità dei soli danni-conseguenza), sarebbe trasmissibile iure hereditatis.

3.1. Il motivo è infondato.

Invero, le Sezioni Unite di questa Corte, sulla premessa che, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, hanno stabilito che deve escludersi la risarcibilità iure hereditatis di tale pregiudizio, in ragione dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio (Cass. SU n. 15350/2015).

Con tale pronuncia le Sezioni Unite hanno confermato il tradizionale orientamento secondo cui – salvi i casi in cui debba essere riconosciuto agli eredi il risarcimento del c.d. danno morale “catastrofale” (ossia del danno consistente nella sofferenza patita dalla vittima che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita, quando vi sia la prova della sussistenza di un suo stato di coscienza nel breve intervallo tra il sinistro e la morte, con conseguente acquisizione di una pretesa risarcitoria trasmissibile iure hereditatis: Cass. n. 13537/2014; n. 7126/2013) e del danno biologico “terminale” (ossia del danno biologico da invalidità temporanea assoluta, configurabile in capo alla vittima nell’ipotesi in cui la morte sopravvenga dopo apprezzabile lasso di tempo dall’evento lesivo, anche esso suscettibile di dar luogo ad un credito risarcitorio trasmissibile agli eredi: Cass. n. 23183/2014; Cass. n. 15491/2014) – la lesione del diritto alla vita non è suscettibile di risarcimento a favore del soggetto che è morto, essendo inconcepibile l’acquisizione in capo a lui di un diritto che deriva dal fatto stesso della morte (Cass. n. 6754/2011).

In altri termini, secondo l’indirizzo tradizionale, ribadito dalle Sezioni Unite, la perdita del bene della vita, per il definitivo venir meno del soggetto, non può tradursi nel contestuale acquisto al patrimonio della vittima di un corrispondente diritto al risarcimento, trasferibile agli eredi, attesa la funzione prevalentemente riparatoria svolta dal risarcimento del danno e la conseguente impossibilità che, con riguardo alla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del suo titolare e da questi fruibile solo in natura, esso operi quando tale persona abbia cessato di esistere (tra le altre Cass. n. 15706/2010; n. 2134/2000).

All’orientamento che reputa irrisarcibile il danno “tanatologico” in sè considerato, in seguito all’autorevole conferma delle Sezioni Unite del 2015, è stata data continuità dalla successiva giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 5684/2016; Cass. n. 14940/2016), sicchè deve ritenersi conforme a diritto la statuizione della Corte di Appello che ha escluso la risarcibilità, in favore delle eredi, del danno conseguente alla perdita del bene vita da parte di D.S.B. e devono invece reputarsi infondate le censure formulate dalle ricorrenti con il terzo motivo di ricorso, mediante richiamo ad un precedente di questa Corte rimasto isolato.

Il motivo in esame va pertanto rigettato.

  1. Il quarto motivo denuncia “violazione degli artt. 112 e 132 cpc, nonchè violazione degli artt. 1226, 2043 e 2059 c.c., ed ulteriore violazione degli artt. 2, 3, 13, 27 e 32 Cost. in riferimento all’art. 360 cpc, comma 1, nn. 3 e 5, in ordine al mancato risarcimento, ovvero al non integrale risarcimento, del danno non patrimoniale, nelle sue componenti di danno biologico, morale ed esistenziale patito (da) D.S.B., per la sua morte provocata dalle lesioni mortali infertegli dal F., risarcimento dovuto alle ricorrenti iure hereditatis e da liquidarsi in via equitativa”.

La sentenza impugnata viene criticata nella parte in cui ha respinto la censura di insufficienza della liquidazione del danno biologico “terminale” e del danno morale “catastrofale” operata dal Tribunale, sul rilievo che il primo era stato debitamente ancorato alla durata effettiva della vita della vittima (deceduta dopo tre giorni dal sinistro), mentre del secondo non era stato provato il presupposto, consistente nella consapevolezza, da parte della vittima medesima, della gravissima entità delle lesioni subite e dell’imminenza della morte.

Con riguardo al danno biologico “terminale” le ricorrenti deducono, in particolare, che esso avrebbe dovuto essere commisurato, non alla durata della vita effettiva – sia pure con l’adozione di fattori di personalizzazione – ma “alla speranza di vita e quindi alla durata della vita media del de cuius”.

Con riguardo al danno morale “catastrofale”, sostengono che la documentazione allegata (costituita dalla cartella clinica e dagli atti del processo penale) aveva dato conto di circostanze (l’amputazione subtotale del braccio destro subita da D.S.B. in conseguenza dell’incidente; il successivo trasporto in ospedale in stato agonizzante; la sua sottoposizione a due interventi chirurgici in poche ore) in base alle quali avrebbe dovuto ritenersi dimostrato che la vittima aveva vissuto un drammatico periodo di lucida agonia, di straziante dolore e indicibile sofferenza in attesa della morte, sopraggiunta dopo quasi tre giorni.

4.1. Il motivo è in parte infondato in parte inammissibile.

E’ infondato nella parte in cui contesta la commisurazione del danno biologico “terminale” alla durata effettiva della vita della vittima.

Questa Corte si è infatti ripetutamente soffermata sui criteri di liquidazione del danno biologico “terminale”, risarcibile iure hereditatis, chiarendo che la misura del risarcimento deve essere determinata in relazione all’effettiva menomazione dell’integrità psicofisica subita dal soggetto per il periodo di tempo tra il verificarsi delle lesioni e il sopraggiungere della morte (Cass. n. 7632/2003).

Correttamente pertanto la Corte territoriale ha confermato la statuizione del primo giudice che aveva commisurato il risarcimento al tempo di permanenza in vita della vittima e non alla sua speranza di vita.

Il motivo in esame è invece inammissibile nella parte in cui contesta il giudizio della Corte territoriale in ordine alla mancata prova dei presupposti di risarcibilità del danno morale “catastrofale”, sussistenti allorchè la vittima abbia vissuto con lucida agonia l’intervallo di tempo tra il sinistro e la morte, consapevolmente avvertendo l’ineluttabile approssimarsi della propria fine.

La Corte di Appello, all’esito della valutazione delle risultanze istruttorie (ed in particolare di quelle della consulenza tecnica d’ufficio), ha motivatamente ritenuto che gli accertamenti svolti sulle condizioni di D.S.B. (dai quali era emerso che, in seguito all’incidente, egli aveva riportato “amputazione traumatica dell’avambraccio destro, ampia ferita alla regione ascellare-pettorale-deltoidea, trauma contusivo cranico, shock emorragico da politraumatismo dell’arto superiore destro, fratture esposte dell’omero, del radio e dell’ulna, lussazione esposta del gomito, ischemia dell’arto”), nonchè gli interventi chirurgici succedutisi nell’intervallo temporale intercorso tra l’evento lesivo e l’exitus, praticati in funzione di un estremo salvataggio, escludessero che la vittima avesse potuto coscientemente percepire il proprio stato acquisendo consapevolezza dell’imminenza della morte o della gravissima entità delle lesioni patite.

Nel contrapporre alla lettura delle risultanze istruttorie operata dalla Corte territoriale il diverso apprezzamento secondo cui, al contrario, alla luce della documentazione in atti, avrebbe dovuto reputarsi dimostrata la lucida agonia della vittima nell’attesa della morte, le ricorrenti omettono di considerare che la valutazione delle prove è attività insindacabilmente riservata al giudice del merito cui compete anche la scelta, tra le prove stesse, di quelle ritenute più idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi (Cass. n. 13485/2014).

La predetta valutazione non può dunque essere rimessa in discussione in sede di legittimità, con conseguente inammissibilità delle inerenti censure formulate con il motivo di ricorso per cassazione in esame.

In definitiva, il ricorso per cassazione proposto da H.E. e D.S.S. deve essere rigettato.

  1. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo, avuto riguardo alla circostanza che, mentre F.G. ha risposto con controricorso illustrato da successiva memoria, UnipolSai Assicurazionis.p.a. si è limitata, previo deposito di atto di costituzione, a partecipare all’udienza di discussione.
  2. Ai sensi del Dpr n. 115/2002, art. 13, comma 1 quater, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna le ricorrenti al pagamento, in favore del controricorrente, nonchè di Unipolsai Assicurazioni s.p.a., delle spese del giudizio di legittimità, che liquida, per il primo, in Euro 3.000,00 per compensi (oltre alle spese forfetarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge) e, per la seconda, in Euro 500,00 (oltre alle spese forfetarie nella misura del 15% e agli accessori di legge).

Ai sensi del Dpr n. 115/2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla l. n. 228/2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 21 novembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 17 gennaio 2018

 

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Marina Crisafi

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