LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo                           – Presidente   –

Dott. DI FLORIO Antonella                         – Consigliere –

Dott. SCARANO   Luigi A.                           – Consigliere –

Dott. ROSSETTI   Marco                             – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella                    – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA


sul ricorso 14461-2014 proposto da:             C.C., + ALTRI OMESSI, tutti in proprio e nella qualità di eredi di             TO.GA. elettivamente domiciliati in …., presso lo studio dell’avvocato …., rappresentati e difesi dall’avvocato … giusta procure speciale in calce all’originale; – ricorrenti – contro MINISTERO DELLA SALUTE, (OMISSIS) in persona del Ministro pro tempore, domiciliato ex lege in …., presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, da cui è difeso per legge; – controricorrente – avverso la sentenza n. 535/2013 della CORTE D’APPELLO di PALERMO, depositata il 21/03/2013; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 22/12/2017 dal Consigliere Dott. PELLECCHIA ANTONELLA; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FRESA Mario che ha concluso per l’inammissibilità in subordine rigetto del ricorso; udito l’Avvocato …. per delega.

FATTI DI CAUSA

  1. Nel 2001, L.G., R. e S.D., in proprio e nella qualità di eredi di V.G., + ALTRI OMESSI in proprio e nella qualità di eredi di To.Ga. e Sc.Sa., convenivano in giudizio il Ministero della Salute allegando in fatto di aver subito una pluralità di trasfusioni nel corso di vari ricoveri (perchè affetti da emofilia o per interventi chirurgici).

Il Ministero convenuto si costituiva deducendo l’incompetenza del Tribunale di Roma, la prescrizione e la infondatezza delle domande.

Il Tribunale di Palermo, respinta l’eccezione di prescrizione, condannò il Ministero al risarcimento dei danni.

  1. La decisione è stata riformata dalla Corte d’Appello di Palermo con sentenza n. 553 del 21 marzo 2013. La Corte ha ritenuto, a differenza del giudice di prime cure, essere intervenuta la prescrizione del diritto al risarcimento in quanto il momento da cui farne decorrere il termine deve essere individuato nel giorno in cui è stata proposta la domanda di indennizzo – e, nel caso di specie, le istanze erano state presentate ben oltre cinque anni prima dell’atto di citazione introduttivo del giudizio.
  2. Avverso tale pronunzia L.G., R. e S.D. in proprio e nella qualità di eredi di V.G., + ALTRI OMESSI in proprio e nella qualità di eredi di To.Ga. e Sc.Sa., propongono ricorso per cassazione sulla base di 4 motivi, illustrati da memoria.

3.1. Resiste con controricorso il Ministero della Salute.

RAGIONI DELLA DECISIONE

4.1. Con il primo motivo, i ricorrenti deducono l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio per avere la Corte di Appello riconosciuto apoditticamente la esistenza di un fatto – ovvero le domande di indennizzo – senza illustrarne le ragioni di esistenza, non precisando per nessuno degli attori la data di presentazione della istanza di indennizzo.

4.2. Con il secondo motivo, denunciano la “violazione degli artt. 115 e 116 cpc, per non aver la Corte fatto riferimento alcuno alla data di presentazione delle diverse domande di indennizzo.

4.3. Con il terzo motivo, i ricorrenti lamentano la violazione degli artt. 2697 e 2935 c.c., e art. 2947 c.c., comma 1, per non avere dato atto della rituale e dimostrata eccezione di prescrizione da parte del Ministero.

4.4. Con il quarto motivo, i ricorrenti lamentano la nullità della sentenza per omessa indicazione dei fatti storici da cui desumere il decorso della prescrizione.

  1. I motivi possono essere esaminati insieme e sono tutti infondati.

Va premesso che grava sulla parte che eccepisce la prescrizione estintiva soltanto l’onere di allegare l’inerzia del titolare del diritto dedotto in giudizio e di manifestare la volontà di avvalersene, così come ha fatto, nel caso di specie, il Ministero della Salute.

Ma, in ogni caso, la sentenza impugnata ha deciso in conformità con il consolidato principio di diritto secondo cui la responsabilità del ministero della salute per i danni conseguenti ad infezioni da virus HBV, HIV e HCV contratte da soggetti emotrasfusi è di natura extracontrattuale, nè sono ipotizzabili, al riguardo, figure di reato tali da innalzare i termini di prescrizione (epidemie colpose o lesioni colpose plurime); ne consegue che il diritto al risarcimento nel danno da parte di chi assume di aver contratto tali patologie per fatto doloso o colposo di un terzo è soggetto al termine di prescrizione quinquennale che decorre, a norma dell’art. 2935 c.c. e art. 2947 c.c., comma 1, non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione causativa del danno o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, bensì da quello in cui tale malattia viene percepita o può essere percepita quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche, da ritenersi coincidente non con la comunicazione del responso della commissione medica ospedaliera di cui all’articolo quattro della l. n. 210/1992, ma con la proposizione della relativa domanda amministrativa, che attesta l’esistenza in capo all’interessato, di una sufficiente ed adeguata percezione della malattia (Cass. n. 6213/2017; Cass. n. 28464/2013). Così come è stato accertato dal giudice del merito.

E comunque tutti e quattro i motivi in realtà pongono solo questioni attinenti alla valutazione delle prove e alla ricostruzione di specifici fatti, inerenti la data di proposizione delle domande amministrative, se anteriore o successiva al quinquennio, prospettando una serie di questioni di fatto tendenti ad ottenere dalla Corte di legittimità una nuova e diversa valutazione del merito della controversia; e lo fanno del tutto al di fuori dei limiti emergenti sia dal nuovo art. 360 cpc n. 5, per come individuati da Cass., Sez. Un., nn. 8053 e 8054 del 2014, e sia da quanto previsto dall’art. 366 n. 6 cpc così come declinato da Cass. SU n. 7161/2010 e Cass. SU n. 28547/2008.

Nè tantomeno risulta la violazione dell’art. 132 cpc, in relazione all’assenza totale di motivazione in relazione alla circostanza che le domande sarebbero state presentate in data anteriore al quinquennio perchè il giudice del merito, con congrua e logica motivazione scevra da qualsivoglia vizio logico giuridico, a pag. 10 della sentenza impugnata ha affermato che le istanze risultano presentate ben oltre cinque anni prima della notifica dell’atto di citazione introduttivo del primo grado do giudizio.

  1. In considerazione della particolarità e complessità delle questioni trattate ritiene la Corte di non doversi discostare dalla motivazione della Corte di Appello (non impugnata in parte qua dinanzi a questo giudice di legittimità) in materia di spese, che vengono, pertanto, anche in questa sede compensate.
  2. Infine, dal momento che il ricorso risulta notificato successivamente al termine previsto dalla l. n. 228/2012 art. 1 comma 18, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti di cui al dpr n. 115/2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla citata l. n. 228/2012 art. 1 comma 17.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Spese compensate.

Ai sensi del Dpr n. 115/2002, art. 13, comma 1 – quater, inserito dalla l. n. 228/2012 art. 1 comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 22 dicembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 20 febbraio 2018

 

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Marina Crisafi

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