LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI Maria Margherita                   – Presidente   –

Dott. SCARANO   Luigi A.                           – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico                         – rel. Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco                               – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna                               – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28260-2015 proposto da: HDI GERLING INDUSTRIE VERSICHERUNG AG, in persona del Direttore Generale e legale rappresentante pro tempore, ing.               S.F., elettivamente domiciliata in …..presso lo studio dell’avvocato ….. giusta procura a margine del ricorso; – ricorrente – contro COMUNE DI MESSINA,             Z.M., GEA INSURANCE BROKER ITALIA s.r.l.; – intimati – avverso la sentenza n. 1204/2015 del TRIBUNALE di MESSINA, depositata il 27/05/2015; udita la …. svolto nella camera di consiglio del 05/10/2017 dal Consigliere Dott. Enrico Scoditti; lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. MISTRI CORRADO che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso proposto da HDI-Gerling Industrie Versicherung A.G., Rappresentanza Generale per l’Italia.

RILEVATO


che:

Z.M. convenne in giudizio innanzi al Giudice di Pace di Messina il Comune di Messina chiedendo il risarcimento del danno subito a seguito di sinistro verificatosi nel dicembre 2002 per la presenza di una buca su strada comunale. La parte convenuta chiamò in causa Gerling Konzern Allgemeine Versicherungs A.G. (poi HDI-Gerling Industrie Versicherung A.G.), con la quale era stata stipulata assicurazione per la responsabilità civile per il triennio giugno 2000 giugno 2003. Il giudice adito accolse la domanda, condannando in solido il Comune e l’assicuratore al risarcimento del danno. Avverso detta sentenza propose appello Gerling. Con sentenza di data 27 maggio 2015 il Tribunale di Messina rigettò l’appello proposto da Gerling.

Osservò il Tribunale, riconosciuta la responsabilità del Comune quale proprietario della strada ai sensi dell’art. 2043 c.c., che i testi escussi avevano confermato la presenza di grossa buca nel manto stradale, non visibile a causa della forte pioggia, non segnalata, colma d’acqua e situata al lato destro della carreggiata, e dunque non evitabile con l’ordinaria diligenza, e che non era sostenibile che una buca di circa mq. 1 si fosse formata a causa della precipitazione temporalesca, essendosi trattato piuttosto di un progressivo disfacimento del manto stradale per carenza di periodica manutenzione. Aggiunse, in relazione ai singoli motivi di appello, che, quanto alla eccepita irritualità della costituzione in giudizio del Comune (da cui l’inammissibilità della chiamata in garanzia), la determina sindacale era atto sufficiente ai fini del conferimento dell’incarico di rappresentanza processuale del Comune, non essendo più necessaria l’adozione di una delibera della Giunta municipale (Cass. n. 13412 del 2006); quanto alla mancata sospensione del giudizio ai sensi dell’art. 295 cpc per la pendenza del giudizio di annullamento del contratto di assicurazione, Gerling non aveva svolto domanda riconvenzionale, ma una mera eccezione riconvenzionale di annullamento che implicava l’accertamento incidentale al fine di paralizzare la domanda, sicchè la separazione non appariva necessaria. Concluse nel senso che “nessun altro motivo di appello è stato proposto dalla Gerling, che non ha, in particolare, chiesto la riforma della sentenza impugnata in relazione alla validità o meno del contratto assicurativo, statuizione che ha, sul punto, assunto autorità di cosa giudicato”.

Ha proposto ricorso per cassazione HDI-Gerling Industrie Versicherung A.G. sulla base di quattro motivi. E’ stato fissato il ricorso in camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 cpc comma 2. Il pubblico ministero ha depositato le conclusioni scritte. E’ stata depositata memoria.

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 142 del 1990 e della legge regionale di recepimento degli artt. 35 e 36 della detta legge, dell’art. 14 lett. p) statuto regionale Siciliano, L.R. n. 16 del 1963, artt. 63 e 78, L.R. n. 26 del 1993, art. 41, l. n. 131/2003, ai sensi dell’art. 360 cpc, comma 1, n. 3. Osserva la ricorrente che solo a partire dalla l. n. 131/2003 di adeguamento dell’ordinamento al nuovo assetto costituzionale la giurisprudenza con la sentenza n. 13412 del 2006 ha mutato il proprio orientamento, ritenendo sufficiente ai fini della decisione di instaurare o resistere in giudizio la determina del sindaco (mentre prima era necessaria l’autorizzazione della giunta, in forza della attribuzioni residuali di quest’ultima) e che, poichè la determina era di data 13 marzo 2003, mentre la data di pubblicazione della L. n. 131 in Gazzetta Ufficiale era il 10 giugno 2003, trovava applicazione ancora il regime previgente. Aggiunse che la successiva Delib. dell’11 novembre 2005, con cui era stato ratificato l’operato del difensore che nel frattempo in forza della medesima determina si era costituito in giudizio, era intervenuta per “confermare la resistenza nel giudizio di appello”, senza nulla dire sul giudizio di primo grado, e pertanto era priva di efficacia sanante.

Il motivo è infondato. La ricorrente fa dipendere la titolarità del potere del Sindaco di instaurare un giudizio da parte del Comune, o di resistere in giudizio, dall’entrata in vigore della l. n. 131/2003. La legge in discorso, “Disposizioni per l’adeguamento dell’ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale n. 3/2001”, non prevede una disciplina del potere in discorso (l’unico riferimento alla figura del Sindaco concerne la delega al Governo al fine di “mantenere ferme le disposizioni in vigore relative al controllo sugli organi degli enti locali, alla vigilanza sui servizi di competenza statale attribuiti al sindaco quale ufficiale del Governo, nonchè, fatta salva la polizia amministrativa locale, ai procedimenti preordinati alla tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica nonchè le disposizioni volte ad assicurare la conformità dell’attività amministrativa alla legge, allo statuto e ai regolamenti”). In realtà, nel mutamento di giurisprudenza richiamato dalla ricorrente, che è pervenuto a riconoscere la titolarità in capo al Sindaco del potere di instaurare un giudizio da parte del Comune o di resistere in giudizio, la l. n. 131/2003 assolve solo il ruolo di supporto ermeneutico nel quadro di una più complessiva evoluzione dell’ordinamento giuridico. Sul punto va richiamato quanto affermato da Cass. n. 13412/2006, proprio con riferimento alla Regione Sicilia, a proposito del potere sindacale in discorso.

“Il nuovo quadro delle competenze degli organi del comune, già delineato dalla menzionata l. n. 142/1990 e completato dalle disposizioni successive fino al T.U. appr. con D.P.R. n. 267 del 2000, ha indotto le Sezioni Unite della Corte (Cass. n. 17550/2002; 12868/2005) a rivedere l’orientamento tradizionale, anche perchè nel frattempo la modifica del titolo 5^ Cost., nonchè la successiva l. n. 131/2003 di adeguamento dell’ordinamento della Repubblica al nuovo assetto costituzionale, hanno accentuato l’autonomia degli enti locali e nell’ambito di essa le potestà degli statuti nella gerarchia delle fonti: ormai da considerarsi quali atti normativi atipici con caratteristiche di rango paraprimario o subprimario. Questo Supremo Collegio è perciò pervenuto al risultato che ai fini della rappresentanza in giudizio del Comune, l’autorizzazione alla lite da parte della giunta comunale non costituisce più, in linea generale, atto necessario ai fini della proposizione o della resistenza all’azione (o all’impugnazione): anzitutto perchè alla Giunta sono state conferite le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi di governo, che non siano riservate dalla legge al consiglio; mentre spettano ai dirigenti la direzione degli uffici e dei servizi secondo i criteri e le norme dettati dagli statuti e dai regolamenti, nonchè tutti i compiti, compresa l’adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l’amministrazione verso l’esterno, non ricompresi espressamente dalla legge o dallo statuto tra le menzionate funzioni di indirizzo (D.P.R. n. 267 del 2000, artt. 48, 50 e 107). E quindi perchè, per converso, nel nuovo ordinamento delle autonomie locali il sindaco ha assunto, ancor più con la l. n. 81/1993 che ne ha previsto l’elezione diretta, un ruolo politico ed amministrativo centrale, in quanto titolare di funzioni di direzione e di coordinamento dell’esecutivo comunale l’autorizzazione del consiglio prima e della giunta poi, se trovava ragione in un assetto in cui il sindaco era eletto dal consiglio e la giunta costituiva espressione del consiglio stesso, non ha più ragione di esistere in un sistema nel quale il medesimo trae direttamente la propria investitura dal corpo elettorale e costituisce egli stesso la fonte di legittimazione degli assessori che compongono la giunta, cui l’art. 48 del testo unico cit. affida il compito di collaborare con il sindaco: salva restando la possibilità per lo statuto comunale – competente a stabilire i modi di esercizio della rappresentanza legale dell’ente, anche in giudizio (T.U. leggi sull’ordinamento delle autonomie locali, approvato con il Dlgs n. 267/2000, art. 6, comma 2) – di prevedere l’autorizzazione della giunta, ovvero di richiedere una preventiva determinazione del competente dirigente (ovvero, ancora, di postulare l’uno o l’altro intervento in relazione alla natura o all’oggetto della controversia)”.

La titolarità del potere sindacale all’epoca della decisione di resistere in giudizio rende assorbita la questione della successiva sanatoria posta con il medesimo motivo.

Con il secondo motivo si denuncia violazione dell’art. 112 cpc in relazione all’art. 295 cpc, ai sensi dell’art. 360 cpc, comma 1, nn. 3 e 5. Osserva la ricorrente che con sentenza n. 645/2012 del 21 marzo 2012 è stato annullato il contratto di assicurazione, con condanna del Comune di Messina a restituire all’attrice le somme pagate per la copertura dei sinistri avvenuti nel triennio giugno 2000 – giugno 2003, e che la sentenza era stata prodotta in giudizio. Lamenta il ricorrente che il giudice avrebbe dovuto sospendere il giudizio in attesa del passaggio in giudicato della sentenza n. 645 del 2012.

Con il terzo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 34 cpc e art. 2909 c.c., ai sensi dell’art. 360 cpc, comma 1, nn. 3 e 5. Osserva la ricorrente che la separazione del giudizio avente ad oggetto la garanzia era stata chiesta allo scopo di sospenderlo ai sensi dell’art. 295 cpc, stante la pronuncia di annullamento del contratto di assicurazione. Aggiunge, con riferimento alla statuizione relativa all’acquisito giudicato in ordine alla validità del contratto, che l’accertata validità non poteva acquistare efficacia di cosa giudicata in quanto accertamento incidentale relativo a questione pregiudiziale in senso tecnico.

Il secondo e terzo motivo vanno valutati unitariamente in quanto connessi, e sono inammissibili. In primo luogo non risulta assolto l’onere previsto dall’art. 366 cpc, n. 6. Il ricorrente ha genericamente affermato di avere “versato agli atti del presente giudizio” il documento relativo alla sentenza menzionata nel motivo, ma ha omesso di indicare in modo specifico la sede ove il documento sia rinvenibile (fascicolo d’ufficio o di parte) e di fornire i dati necessari all’individuazione della sua collocazione quanto al momento della produzione nei gradi dei giudizi di merito (cfr. fra le tante Cass. n. 23575/2015; 19 agosto 2015, n. 16900; 7 febbraio 2011, n. 2966).

In secondo luogo va rammentato che quando fra due giudizi esista rapporto di pregiudizialità, e quello pregiudicante sia stato definito con sentenza non passata in giudicato, è possibile la sospensione del giudizio pregiudicato – salvo nel caso in cui la sospensione sia imposta da una disposizione specifica fino al passaggio in giudicato – soltanto ai sensi dell’art. 337 cpc, come si trae dall’interpretazione sistematica della disciplina del processo, in cui un ruolo decisivo riveste l’art. 282 cpc e il diritto pronunciato dal giudice di primo grado qualifica la posizione delle parti in modo diverso da quello dello stato originario di lite, giustificando sia l’esecuzione provvisoria, sia l’autorità della sentenza di primo grado (Cass. n. 6207/2014). La sospensione dovrebbe trovare luogo non ai sensi dell’art. 295, come affermato dalla ricorrente, ma ai sensi dell’art. 337.

Pur volendo considerare il profilo della sospensione facoltativa, deve considerarsi che la parte ricorrente deve in ogni caso dimostrare che al momento dell’adunanza in cassazione il giudizio pregiudicante sia ancora pendente, pena l’inammissibilità del motivo per carenza di interesse. La sospensione del processo presuppone che il rapporto di pregiudizialità tra due cause sia concreto ed attuale, nel senso che la causa ritenuta pregiudiziale deve essere tuttora pendente, non giustificandosi diversamente la sospensione, che si tradurrebbe in un inutile intralcio all’esercizio della giurisdizione, sicchè, quando una sentenza sia impugnata in cassazione per non essere stato il giudizio di merito sospeso in presenza di altra causa pregiudiziale, è onere del ricorrente provare che la causa pregiudicante sia pendente e resti presumibilmente tale sino all’accoglimento del ricorso, mancando, in difetto, la prova dell’interesse concreto e attuale all’impugnazione, perchè nessun giudice, di legittimità o di rinvio, può disporre la sospensione del giudizio in attesa della definizione di altra causa non più effettivamente in corso (Cass. n. 22878/2015; 1 agosto 2007, n. 16992). Parte ricorrente non ha dimostrato che l’altra causa è tuttora pendente, e che presumibilmente lo sarà anche nel momento in cui il ricorso verrà accolto. Non è configurabile pertanto un interesse a ricorrere per la mancata disposta sospensione.

Con il quarto motivo si denuncia violazione degli artt. 2043 e 2051 c.c., nonché dell’art. 141 Cds, ai sensi dell’art. 360 cpc, comma 1, n. 3. Osserva la ricorrente che il forte temporale avrebbe dovuto indurre il Z. ad osservare una diligenza e prudenza maggiori, in particolare moderando la velocità, in modo da avvedersi della presenza della buca e percepire la situazione di pericolo.

Il motivo è inammissibile. La deduzione delle negligenza della vittima dell’incidente muove da un presupposto di fatto, e cioè la presenza di velocità del veicolo condotto dalla medesima vittima non adeguata alle condizioni ambientali, rispetto al quale manca il relativo accertamento del giudice di merito. Lo scrutinio del motivo impone pertanto un’indagine di merito preclusa nella presente sede di legittimità in mancanza della proposizione di denuncia del relativo vizio motivazionale.

Nulla per le spese in mancanza della partecipazione al giudizio della parte intimata.

Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 e viene disatteso, sussistono le condizioni per dare atto, ai sensi del l. n. 228/2012, art. 1, comma 17, che ha aggiunto al testo unico di cui al Dpr n. 115/2002, art. 13, ilcomma 1 – quater della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del Dpr n. 115/2002, art. 13, comma 1 quater inserito dalla l. n. 228/2012, art. 1, comma 17 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 5 ottobre 2017.

Depositato in Cancelleria il 21 novembre 2017

 

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Marina Crisafi

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