LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI   Roberta                           – Presidente   –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo                       – rel. Consigliere –

Dott. SESTINI   Danilo                             – Consigliere –

Dott. SCARANO  Luigi Alessandro                   – Consigliere –

Dott. RUBINO     Lina                               – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21196-2013 proposto da:

R.R., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ……, presso lo studio dell’avvocato …., rappresentata e difesa dall’avvocato ….. giusta procura speciale a margine del ricorso; – ricorrente – contro                 M.C., SOCIETA’ CATTOLICA DI ASSICURAZIONI SOC.COOP. A R.L. (OMISSIS), ASP N. (OMISSIS) RAGUSA; – intimati –   Nonchè da:                 M.C., elettivamente domiciliata in …., presso lo studio dell’avvocato …., rappresentata e difesa dall’avvocato ….. giusta procura speciale a margine del ricorso incidentale; – ricorrente incidentale –   contro SOCIETA’ CATTOLICA DI ASSICURAZIONI COOP A R.L. (OMISSIS), in persona del procuratore Dott.               B.A., elettivamente domiciliata in ….., presso lo studio dell’avvocato …., che la rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso; – controricorrente all’incidentale –   e contro             R.R. (OMISSIS), ASP N. (OMISSIS) DI RAGUSA; – intimati –   avverso la sentenza n. 1830/2012 della CORTE D’APPELLO di CATANIA, depositata il 14/12/2012, RR.GG.NN. 443/2006 e 1296/2008; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 09/12/2015 dal Consigliere Dott. GIACOMO TRAVAGLINO; udito l’Avvocato ….; udito l’Avvocato ….; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FUZIO Riccardo, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso incidentale e il rigetto del ricorso principale.

I FATTI


M.C. convenne dinanzi al Tribunale di Ragusa R.R. e la locale ASL, chiedendo il risarcimento dei danni subiti a seguito della condotta negligente dei sanitari dell’ospedale ove era stata ricoverata e dato alla luce due bambini senza vita, per venire poi sottoposta d un intervento di isterectomia quoad vitam.

Il giudice di primo grado accolse la domanda, pronunciando dapprima sentenza non definitiva sull’an debeatur, e successivamente condannando, con pronuncia definitiva, la R. e la ASL al pagamento della somma di oltre 98 mila Euro in favore dell’attrice, accogliendo nel contempo la domanda di manleva proposta dall’azienda sanitaria nei confronti del proprio assicuratore Cattolica coop r.l. – mentre analoga domanda proposta dalla R. venne rigettata.

La corte di appello di Catania, investita delle impugnazioni, principale e incidentali, hinc et inde proposte dalle parti, in parziale riforma della sentenza di prime cure rigettò la domanda di risarcimento relativa all’intervento di isterectomia, confermando nel resto la sentenza di primo grado, e riconoscendo all’appellante principale un risarcimento pari a 67 mila Euro a titolo di danno biologico, ed a 22mila 500 Euro per danno morale.

Per la cassazione della sentenza della Corte etnea R.R. ha proposto ricorso sulla base di 6 motivi di censura.

Resiste M.C. con controricorso e propone a sua volta ricorso incidentale.

Resiste con controricorso la Cattolica assicurazioni.

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

I ricorsi devono essere riuniti.

Essi sono entrambi infondati.

IL RICORSO PRINCIPALE R..

Con il primo motivo, si denuncia violazione e, falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c.. Il motivo – con il quale si lamenta la (non rilevata) inammissibilità dell’appello incidentale di … M. per novità della domanda (fondata su titolo contrattuale) rispetto a quella (extracontrattuale) proposta in primo grado – è, prima ancora che infondato nel merito (come correttamente rilevato in sede di controricorso, al folio 10 dell’atto di resistenza), inammissibile in rito, per la duplice, concorrente ragione del non essere stata tale doglianza mai tempestivamente rappresentata al giudice di appello nel precedente grado di giudizio (con conseguente formazione del giudicato interno sul punto), e per palese difetto di autosufficienza, omettendo la ricorrente di trascrivere, sia pur in parte qua, il contenuto dell’atto processuale sul quale si fonda la censura di inammissibilità, onde consentire a questa Corte il relativo controllo di legittimità invocato in questa sede ex art. 360 c.p.c., n. 3. Con il secondo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 11 preleggi, art. 2697 c.c., art. 111 Cost..

Il motivo – con il quale si lamenta la illegittima applicazione, in sede di giudizio di merito, degli orientamenti di legittimità formatisi, in tema di responsabilità medica, in epoca successiva a quella della proposizione della domanda risarcitoria – appare, al pari di quello che precede, inammissibile, per le concorrenti ragioni costituite dalla patente novità della censura in esso contenuta – poichè già in sede di giudizio di merito la natura della responsabilità della R. venne ricondotta alla fattispecie del contatto sociale -, dalla inapplicabilità dell’art. 11 preleggi al di fuori dell’ambito del diritto positivo (con conseguente esclusione degli orientamenti giurisprudenziali), e della invocabilità del principio della cd. prospettive overruling (Cass. ss.uu. 15144/2011) con riferimento ai soli mutamenti interpretativi di norme processuali (e non anche sostanziali) che comportino, in danno di una parte del giudizio, una imprevedibile preclusione o decadenza in passato escluse dalla precedente interpretazione.

Con il terzo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 195 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Il motivo – che lamenta una pretesa violazione di norme processuali per avere “la sentenza impugnata disatteso in toto le risultanze della c.t.u. collegiale del giudizio di appello” qualificandone il contenuto in termini di ” di considerazioni meramente ipotetiche”, ed aderendo invece alle conclusioni del c.t.p. dell’attrice – non può essere accolto.

Viene erroneamente censurato come vizio di violazione di legge, in relazione ad una norma che non presenta alcuna attinenza con le censure sviluppate in seno al motivo in esame (l’art. 195 codice di rito disciplina, difatti, le modalità operative delle indagini del consulente tecnico e i relativi obblighi nei confronti delle parti) un (preteso) error in iudicando in cui sarebbe incorso il giudice d’appello nel disattendere, nell’esercizio del suo potere discrezionale, le conclusioni della ctu collegiale (errore, peraltro, in concreto impredicabile nella specie, poichè il controllo del giudice di merito sui risultati dell’indagine svolta dal consulente d’ufficio costituisce un tipico apprezzamento di fatto, in ordine al quale il sindacato di legittimità è circoscritto alla verifica della sufficienza e correttezza logico-giuridica della motivazione, quale appare, nella specie, quella adottata dalla Corte etnea che, nell’esaminare complessivamente le risultanze probatorie, argomentatamente fa riferimento alle perizie eseguite in sede penale dal P.M. ed alla consulenza disposta in primo grado onde pervenire, altrettanto motivatamente, alla decisione in concreto adottata).

Con il quarto motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c.. La doglianza – che ripropone, con riferimento al riparto degli onere probatori così come disciplinati all’esito della pronuncia di cui a Cass. ss.uu. 13533/2001) le medesime censure svolte in sede di illustrazione del secondo motivo di ricorso – non può essere accolta per le medesime ragioni esplicitate in sede di esame del detto motivo.

Con il quinto motivo, si denuncia omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti.

La censura – con la quale si lamenta l’erroneità della pronuncia impugnata nella parte in cui con essa è stata ritenuta lacunosa e contraddittoria la cartella clinica, per mancanza della descrizione necroscopica della placenta e dell’utero e del riscontro anatomo-patologico di tale organo, non avendo considerato il giudice di appello che dalla stessa cartella risultava la trasmissione di un reperto dell’esame istologico dell’utero indicato come registrazione (OMISSIS) del foglio generale del servizio di anatomia patologica – è infondata.

La Corte etnea ha ritenuto (con l’ordinanza del 3 2.2010 pronunciata in corso di giudizio) di rigettare la richiesta di produzione del documento de quo, rilevandone la evidente tardività, per essere lo stesso stato prodotto soltanto nel corso del giudizio di secondo grado, esercitando in tal guisa un potere discrezionale il cui esame è istituzionalmente sottratto al controllo di legittimità se, come nella specie, adottato con motivazione scevra da vizi logico-giuridici.

Con il sesto motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2947 c.c..

La censura – con la quale si lamenta il mancato accoglimento dell’eccezione di prescrizione quinquennale del diritto al risarcimento del danno vantato dall’attrice – è infondata.

Pur prescindendo dai non marginali profili di inammissibilità che essa presenta (non viene, difatti, riportato, sia pur in parte qua, il contenuto dell’atto di citazione dal quale emergerebbe la qualificazione in termini aquiliani della responsabilità contestata alla ricorrente da parte dell’attrice in prime cure), esso appare infondato nel merito, avendo il giudice di appello espressamente esaminato e motivatamente rigettato la medesima eccezione (f. 12 della sentenza oggi impugnata), ritenendola (del tutto condivisibilmente) “quantomeno ardita”, per non essere dato comprendere, in mancanza di qualsivoglia indicazione sul punto, da quali elementi l’appellante traesse la qualificazione della domanda attrice nei termini ancor oggi ripetitivamente quanto genericamente rappresentati a questa Corte.

IL RICORSO INCIDENTALE M..

Con il primo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 1223, 1228, 1176, 2236 c.c., aqrtt. 2 e 32 Cost..

La censura – con la quale si lamenta che erroneamente la Corte di appello, diversamente da quanto ritenuto in primo grado, nell’escludere la responsabilità della dottoressa R. per l’intervento di ovariectomia bilaterale, avrebbe erroneamente escluso anche la responsabilità dell’ospedale, predicabile, di converso, con riferimento alla condotta colpevole degli altri sanitari, e ritenendo, altrettanto erroneamente, che la ricorrente avesse inteso azionale la responsabilità della Asl quale datore di lavoro della R., ritenendo quindi nuova e inammissibile, ex art. 345 c.p.c., la domanda subordinata, proposta per la prima volta in appello, relativa all’accertamento di tale responsabilità, stante la diversità del relativo titolo – è infondata.

Essa si infrange sul corretto impianto motivazionale adottato dalla Corte etnea che, nell’esercizio del suo insindacabile potere di interpretazione e qualificazione della domanda giudiziale, ha, con motivazione scevra da vizi logico-giuridici, che va in questa sede condivisa e confermata, ritenuto nuova e pertanto inammissibile la estensione della domanda risarcitoria con riferimento alla condotta dei sanitari diversi dalla R..

Con il secondo motivo, si denuncia contraddittorietà della motivazione in ordine ad un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

Il motivo – con il quale si lamenta una pretesa contraddittorietà tra l’esclusione della responsabilità dell’Azienda ospedaliere per l’intervento di isterectomia subito dalla M. ed il rigetto dell’eccezione di prescrizione quinquennale – è inammissibile.

A seguito dell’entrata in vigore della L. n. 134 del 2012, il novellato art. 360 c.p.c., n. 5 (applicabile alle sentenze pubblicate a far data dall’11.9.2012), difatti, il vizio di motivazione denunciabile in sede di legittimità è limitato alla omissione dell’esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti.

Il “fatto” asseritamente omesso quoad decisum, nella specie, risulta, di converso, oltre che dibattuto, esaurientemente esaminato e deciso dalla Corte territoriale.

I ricorsi sono pertanto rigettati.

Le spese del giudizio di Cassazione seguono il principio della reciproca soccombenza, e vanno pertanto compensate.

P.Q.M.

La Corte, riuniti i ricorsi, li rigetta entrambi, e dichiara compensate le spese del giudizio di Cassazione.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il controricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 9 dicembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 22 settembre 2016

 

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Marina Crisafi

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