LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo                           – Presidente

– Dott. FRASCA     Raffaele                         – Consigliere –

Dott. RUBINO     Lina                             – Consigliere

– Dott. BARRECA   Giuseppina Luciana               – Consigliere

– Dott. GUIZZI     Stefano Giaime              – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11392-2015 proposto da:                   V.V.L.,                   V.M.R., elettivamente domiciliati in ROMA, C.SO VITTORIO EMANUELE II 269, presso lo studio dell’avvocato …., che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato … giusta procura speciale a margine del ricorso; – ricorrente – contro ….. ASSICURAZIONI SPA in persona dei suoi procuratori speciali                   C.P., elettivamente domiciliata in …., presso lo studio dell’avvocato …., rappresentata e difesa dall’avvocato …. giusta procura speciale in calce al controricorso;         E.D., elettivamente domiciliato in …., presso lo studio dell’avvocato …., rappresentato e difeso dagli avvocati …. giusta procura speciale a margine del controricorso; – controricorrenti – e contro           C.P. O           C.P., GESTIONE LIQUIDATORIA DELLA EX UNITA’ SANITARIA LOCALE BA (OMISSIS), … ASSICURAZIONI SPA; – intimati – Nonchè da:           C.P. O     P., elettivamente domiciliato in …., presso lo studio dell’avvocato …., rappresentato e difeso dall’avvocato …. giusta procura speciale in calce al controricorso e ricorso incidentale; – ricorrente incidentale –   e contro GESTIONE LIQUIDATORIA DELLA EX UNITA’ SANITARIA LOCALE BA (OMISSIS),         E.D., …ASSICURAZIONI SPA,                   V.V.L.,                  V.M.R.; – intimati – avverso la sentenza n. 199/2015 della CORTE D’APPELLO di BARI, depositata il 16/02/2015; udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 11/05/2017 dal Consigliere Dott. STEFANO GIAIME GUIZZI; lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale SGROI CARMELO, che ha chiesto che ha concluso per l’accoglimento per quanto di ragione, del ricorso principale, relativamente al primo e al secondo motivo, assorbito il terzo motivo e altresì assorbito il ricorso incidentale.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. V.L. e V.M.R. ricorrono per cassazione avverso la sentenza n. 199/15, del 29 dicembre 2014, cui la Corte di Appello di Bari – in parziale riforma della decisione assunta in prime cure dal Tribunale del capoluogo pugliese – rigettava la domanda risarcitoria dagli stessi proposta per conseguire il ristoro dei danni derivanti dalla morte di P.A.M.L., rispettivamente moglie e madre degli odierni ricorrenti, defunta in conseguenza di parto cesareo eseguito il (OMISSIS), essendo ella gravida di sette mesi di due gemelline, decedute anch’esse quello stesso giorno per problemi cardiovascolari.
  2. Premettono, in fatto, i V. di avere convenuto innanzi al Tribunale barese la USL Bari (OMISSIS) (alla quale è poi succeduta, dapprima la AUSL (OMISSIS), gestione stralcio ex USL Bari (OMISSIS), e successivamente la gestione liquidatoria ex USL Bari (OMISSIS); d’ora in poi “gestione liquidatoria”), nonchè i dottori C.P. e E.D.M.. Deducono, in particolare, che il C., medico ginecologo di fiducia della P., diagnosticatale il (OMISSIS) la rottura della placenta con versamento del liquido amniotico, aveva ritenuto di ricoverarla presso l’ospedale di (OMISSIS), ove l’aveva visitata, per avviarla ad intervento di parto cesareo (al quale aveva collaborato, nella sua veste di anestesista, il dottor E.), all’esito del quale, tuttavia, la paziente non si era mai più risvegliata, per poi decedere il (OMISSIS) presso il reparto di rianimazione dell’ospedale di (OMISSIS), ove era stata nel frattempo trasferita.

2.1. Nel giudicare della responsabilità sia della competente USL barese (o meglio, della gestione liquidatoria) che dei due medici, per la morte tanto della P., quanto delle due bimbe che la stessa portava in grembo (decedute il giorno stesso del parto, come detto, in ragione di problemi cardiovascolari, sebbene immediatamente trasferite presso l’ospedale di Putignano, per essere sottoposte alle cure del caso), il Tribunale di Bari – pur prendendo atto dell’esito complessivo del giudizio penale svoltosi a carico dei due medici (e consistito, dopo che in primo grado gli stessi erano stati riconosciuti colpevoli esclusivamente dell’omicidio colposo della donna, nel loro proscioglimento, in appello, anche da tale imputazione), ma ritenendo lo stesso non vincolante nel giudizio civile – affermava, la responsabilità, in ordine peraltro al solo decesso della P., unicamente del dottor E. e della gestione liquidatoria (quanto a quest’ultima, sul presupposto che il medico anestesista risultava un dipendente della struttura ospedaliera), condannandoli in solido al risarcimento dei danni cagionati ai V.. Rigettava, invece, la domanda attorea nei confronti del dottor C. (e, di riflesso, quella dallo stesso proposta per essere, eventualmente, manlevato sia dal proprio assicuratore professionale – … Assicurazioni s.p.a. – che dalla stessa gestione liquidatoria), nonchè la domanda di garanzia proposta dalla convenuta gestione liquidatoria nei confronti della propria assicuratrice, Assicurazioni … s.p.a., e quella proposta dal dottor E. verso la gestione liquidatoria, per essere dalla stessa sollevato da ogni responsabilità.

Il giudice di prime cure, inoltre, quanto alle spese di lite, condannava l’ E. e la gestione liquidatoria a rifondere a parte attrice quelle da essa sostenute, condannando, a propria volta, gli attori – in solido tra loro – alla rifusione di metà di quelle sostenute sia dal C. (con distrazione a favore del procuratore anticipatario) che dalla …. Assicurazioni s.p.a., dichiarando, infine, interamente compensate le spese tra il C. e la gestione liquidatoria, tra l’ E. e la medesima gestione liquidatoria, nonchè quelle tra quest’ultima e le Assicurazioni …. s.p.a.

2.2. Interposto appello principale dall’ E., nonchè, in via incidentale, sia dai V. che dalla gestione liquidatoria (quest’ultima, peraltro, limitandosi ad aderire al gravame principale), la Corte barese – con la già ricordata sentenza n. 199/15 – riformava parzialmente la decisione resa in prime cure.

In accoglimento dei primi due motivi dell’appello principale (con conseguente assorbimento degli altri), escludeva la responsabilità dell’ E. in relazione al decesso della P., sul rilievo che – nel caso in esame – “non risulta acquisita la prova di un comportamento inadempiente da parte dell’anestesista”, atteso che la consulenza tecnica d’ufficio disposta nel giudizio di secondo grado, ha “individuato come la più probabile causa dell’ipossia e del conseguente arresto cardiocircolatorio”, occorsi alla donna, “non nel malfunzionamento della macchina che assicurava la respirazione artificiale della paziente” (durante l’intervento di parto cesareo alla quale fu sottoposta) “o nella errata collocazione del tubo del respiratore, ma piuttosto in una embolia gassosa o da liquido amniotico”. Conseguentemente, “mancando la prova di un comportamento dell’anestesista qualificabile come inadempienza, non è possibile attribuirgli alcuna responsabilità a questo titolo per la morte della paziente”. Per effetto dell’accoglimento dell’impugnazione principale condannava, pertanto, i V. alla restituzione delle somme da essi riscosse dal dottor E., oltre agli interessi dal giorno del pagamento.

Quanto, poi, all’appello incidentale dei V., la Corte barese – rigettato lo stesso nella parte in cui tendeva ad affermare, in relazione al decesso della P., la responsabilità anche del C. e non solo dell’ E. e della gestione liquidatoria (come statuito dal Tribunale, con decisione però riformata in appello) – lo accoglieva quanto al riconoscimento della responsabilità per il decesso delle due gemelline, sebbene limitatamente alla posizione della sola gestione liquidatoria, ribadendosi, infatti, anche da parte del giudice di secondo grado, l’esclusione di ogni responsabilità, anche in relazione a tale evento, in capo ai due medici. La sentenza oggi impugnata, infatti, perveniva a tale esito attribuendo le cause del decesso delle neonate “allo stato di grave immaturità delle stesse, alla ipossia fetale connessa ad una insufficienza utero placentare da distacco intempestivo di placenta normalmente inserita ed al mancato trattamento di ventilazione artificiale”, oltre che al “discutibile modo di trasferire le piccole in una ambulanza non attrezzata”, avendo assunto ciascuno di tali elementi il ruolo di “causa efficiente nel verificarsi della morte”.

In relazione, invece, all’appello incidentale della gestione liquidatoria, pur rilevandone la tardività, il giudice di seconde cure riteneva lo stesso egualmente ammissibile in ragione del suo contenuto meramente adesivo al gravame principale, e ciò in quanto, “sulla base del principio dell’interesse all’impugnazione, l’impugnazione incidentale tardiva è sempre ammissibile, a tutela della reale utilità della parte, tutte le volte che l’impugnazione principale metta in discussione l’assetto di interessi derivante dalla sentenza alla quale il coobbligato solidale aveva prestato acquiescenza; conseguentemente, è ammissibile, sia quando rivesta la forma della controimpugnazione rivolta contro il ricorrente principale, sia quando rivesta le forme della impugnazione adesiva rivolta contro la parte investita dell’impugnazione principale, anche se fondata sugli stessi motivi fatti valere dal ricorrente principale, atteso che, anche nelle cause scindibili, il suddetto interesse sorge dall’impugnazione principale, la quale, se accolta, comporterebbe una modifica dell’assetto delle situazioni giuridiche originariamente accettate dal coobbligato solidale” (è richiamata, sul punto, Cass. Sez. Un., sentenza n. 24627/2007). In accoglimento dello stesso, poi, la domanda risarcitoria dei V. relativamente al decesso della P. veniva, pertanto, rigettata.

Provvedendo, infine, sulle spese di lite, nel porre quelle sostenute dagli attori a carico, per metà, delle gestione liquidatoria, compensandole per la restante parte, disponeva, altresì, l’integrale compensazione “tra l’appellante principale, gli appellanti incidentali e le altri parti costituite in considerazione della controvertibilità delle questioni dibattute e dell’assorbimento delle altre questioni relative alla posizione delle compagnie di assicurazione”.

  1. Avverso la citata sentenza della Corte di Appello di Bari i V. hanno proposto ricorso per cassazione, sulla base di tre motivi.

3.1. Con il primo, i ricorrenti lamentano – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 – falsa applicazione “degli artt. 1218 e 2697 c.c. e in generale i principi regolanti la ripartizione dell’onere della prova in ambito di responsabilità medica di natura contrattuale o da contatto sociale con riferimento all’accertamento della causa del decesso della partoriente P.”, nonchè “omesso esame” di “un fatto decisivo” per il giudizio.

In relazione, in particolare, al primo profilo, si dolgono del fatto che la Corte barese – mentre avrebbe fatto corretta applicazione, con riferimento al decesso delle due gemelline, dei principi in tema di onere della prova nella materia della responsabilità per attività medica, e segnatamente di quello secondo cui “qualora, all’esito del giudizio, permanga incertezza sull’esistenza del nesso causale fra condotta del medico e danno, questa ricade sul debitore” della prestazione sanitaria – avrebbe totalmente ribaltato gli stessi con riferimento al decesso della partoriente. In particolare, si censura la sentenza impugnata laddove afferma che “sarebbe stato onere degli attori dimostrare le qualificate inadempienze dei sanitari che ebbero in cura la P.”, soggiungendo che tale onere probatorio non poteva, nella specie, ritenersi assolto “di fronte a una serie di possibili cause di ipossia (sostanzialmente cinque), ma nessuna delle quali che risulti essersi verificata con certezza, ed anzi quella ritenuta più probabile non imputabile a malfunzionamento della macchina respiratoria o ad errore dell’anestesista, essendo costituita da un evento naturale di estrema gravita quale l’embolia”. In sostanza, secondo i ricorrenti, la Corte di Appello di Bari, pur avendo predicato il permanere di una situazione di incertezza circa le cause del decesso, ne avrebbe addossato, erroneamente, le conseguenze processuali – in termini di rigetto della domanda proposta – alla parte attrice, sicchè l’esclusione della responsabilità del medico anestesista dottor E. (il soggetto gravato dall’onere di provare il fatto, l’embolia polmonare, che escludeva la sua responsabilità), integrerebbe “un grave errore nell’applicazione della regola di giudizio di cui all’art. 2697 c.c.”.

D’altra parte, “ancora più grave” sarebbe secondo i ricorrenti “l’errore a proposito della responsabilità della struttura sanitaria”, e ciò in quanto, proprio la prospettazione – da parte dell’ E. – dell’ipotesi dell’embolia, quale causa del decesso e quindi di esclusione della propria responsabilità, “implicava necessariamente quella della struttura ospedaliera, in quanto priva di elementari apparecchiature (“saturimetri”) idonee a rivelare prontamente la mancata “ossigenazione” provocata dall’embolia”. Su tali basi, pertanto, i ricorrenti veicolano il secondo profilo di censura fatto valere con il primo motivo di ricorso, lamentando l’omesso esame di tale circostanza, segnalando, al riguardo, che nella sentenza impugnata – e pur ad onta di un estensione tutt’altro che usuale – “non compare affatto la parola “saturimetri”, e cioè lo strumento che, anche ad ammettere che davvero la morte sia stata provocata dall’embolia, avrebbe consentito all’anestesista di rilevarla prontamente e fronteggiarla”.

3.2. Il secondo motivo è proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), e tende a far valere l’omesso esame di un fatto decisivo “in relazione alla responsabilità della struttura ospedaliera per la morte della partoriente P.”.

Nel ribadire che il dottor E., nel proprio atto di appello, non solo aveva indicato nell’embolia polmonare la causa del decesso della partoriente, ma aveva anche dato atto della circostanza che, all’epoca dei fatti oggetto di giudizio, “non erano in dotazione presso l’Ospedale di (OMISSIS) apparecchiature quali i saturimetri”, risultando, per contro, rilevabile l’insorgere dell’ipossia – come, sempre, dal medesimo sostenuto – solo attraverso “specifiche strumentazioni che non erano presenti in quella struttura ospedaliera”, osserva che la Corte di Appello barese ha omesso di valutare tale circostanza.

Difatti, sebbene il giudice di appello avesse disposto una rinnovata consulenza tecnica d’ufficio, chiedendo al collegio degli ausiliari di pronunciarsi sulle cause della morte della P. come ipotizzate dai vari consulenti di parte (e richiamando esplicitamente quelle formulate dal tecnico designato dal dottor E.), e nonostante che in sede di inizio delle operazioni peritali si fosse posta la questione relativa alla mancata presenza dei saturimetri presso l’ospedale di (OMISSIS), nella “bozza 9.5.2014 di relazione dei CTU, tuttavia, mancava ogni cenno” ad essa. Evidenziano, inoltre, gli odierni ricorrenti, che neppure all’esito delle controdeduzioni a tale bozza formulate dai propri tecnici di parte, gli ausiliari del giudice ritenevano di valutare tale circostanza, visto che la loro relazione finale “continuava a ignorare totalmente la questione”; di fronte a tale inerzia, pertanto, i V., tanto all’udienza successiva al deposito dell’elaborato peritale, quanto in quella appositamente disposta per il suo esame, evidenziavano tale lacuna, chiedendo la rinnovazione della consulenza o la convocazione dei consulenti a chiarimenti.

Orbene, poichè la Corte barese, non solo non ha dato corso a tali adempimenti, ma ha taciuto completamente su tale questione nella propria decisione, non risultando, in ordine ad essa, “neanche una parola in motivazione”, siffatta evenienza integrerebbe – a dire dei ricorrenti – il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5).

3.3. Il terzo motivo di ricorso deduce nullità della sentenza, ex. Art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), “per violazione dell’art. 334” medesimo codice “e dei principi in tema di impugnazione incidentale tardiva”.

Si dolgono i V. della decisione impugnata laddove, pur rilevando la tardività dell’appello incidentale della gestione liquidatoria, ha ritenuto lo stesso ammissibile.

In particolare, non senza previamente rilevare la “intrinseca inammissibilità” – per violazione del principio di autosufficienza – “di un atto con il quale l’appellante si limita a fare riferimento a quanto dedotto da altro appellante”, viene richiamata quella dottrina processualcivilistica che ha criticato la già ricordata sentenza n. 24627 del 2007 delle Sezioni Unite. Si osserva, pertanto, che il principio da essa affermato “vanifica – realizzando di fatto un’estensione, al caso di coobbligati che partecipano al giudizio, del principio (c.d. di realità) che l’art. 1306 c.c. prevede per chi non ha partecipato al giudizio – la regola per cui ciascun obbligato solidale è libero di accettare o resistere alla pronuncia sfavorevole ed è tenuto, in tale seconda ipotesi, ad attivarsi per rimuovere tale pronuncia”. Senza poi tacere della contrarietà di tale soluzione “alla ratio dell’art. 334 c.p.c., “che consente l’impugnazione tardiva quando dall’impugnazione principale sorga l’interesse ad impugnare la sentenza”, giacchè “il fatto che un coobbligato si sia deciso all’impugnazione non fa sorgere nel coobbligato inerte alcun interesse all’impugnazione diverso ed ulteriore rispetto a quello preesistente fin dal momento dell’emanazione della sentenza sfavorevole”.

  1. Resiste al ricorso il C., proponendo anche ricorso incidentale.

In via preliminare, viene dallo stesso eccepita, in relazione ai primi due motivi dell’avversaria impugnazione, la loro inammissibilità, per l’esistenza di un giudicato interno in ordine alla propria posizione, atteso che nessuno di tali motivi attiene a profili di responsabilità che coinvolgono esso controricorrente. In via di subordine, tuttavia, “e senza accettazione del contraddittorio”, il C. ha chiesto rigettarsi il ricorso principale, per infondatezza dei motivi, rilevando in particolare, quanto al terzo, che in nessun caso dal suo accoglimento potrebbe derivare la nullità della sentenza impugnata, ma solo la declaratoria di tardività dell’appello. Reitera, infine, soltanto “in via estremamente subordinata”, e per la non creduta ipotesi di accoglimento del ricorso principale e di annullamento, anche nei suoi confronti, della sentenza impugnata, le domande di garanzia proposte nel giudizio di merito.

In via incidentale, viceversa, deduce “violazione e falsa applicazione” dell’art. 92 c.p.c., comma 2, nella formulazione introdotta dalla l. n. 69/2009, art. 45, comma 2, ed applicabile “razione temporis” al giudizio di appello.

Lamenta, in particolare, che – sebbene esso sia risultato vittorioso all’esito di entrambe le fasi del giudizio di merito – la Corte di Appello ha denegato il suo diritto a vedersi rifondere le spese di lite, disponendo la compensazione nei confronti degli attori pur soccombenti, in difetto dei presupposti (soccombenza reciproca o concorrenza di “altre e gravi eccezionali ragioni, esplicitamente indicate in motivazione”) stabiliti dalla norma suddetta.

Chiede, pertanto, l’annullamento della sentenza sul punto.

  1. Ha resistito anche l’ E., chiedendo la declaratoria di inammissibilità (o in subordine il rigetto) del primo motivo di ricorso principale, nonchè la reiezione degli altri due motivi.

Con specifico riferimento al primo motivo dell’impugnazione principale, se ne deduce l’inammissibilità, innanzitutto, in ragione della mescolanza dei vizi previsti all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5; si osserva, poi, che le due censure si muoverebbero “su piani diversi tra loro non compatibili”, ciò che renderebbe “l’unico motivo che le racchiude inammissibile”. Infine, si rileva che lo stesso investirebbe, in realtà, non “la violazione delle norme in tema di onere della prova, ma il concreto risultato del giudizio della Corte di merito”, tendendo, così, a sollecitare una rinnovata valutazione – inammissibile in sede di legittimità -delle risultanze istruttorie. Nel merito, comunque, si reputa il motivo infondato, giacchè il giudice di appello, lungi dall’avere “fondato la propria decisione su una presunta inversione dell’onere della prova”, ha soltanto preso atto “che la più probabile causa dell’ipossia era stata non una negligenza dell’anestesista, ma l’embolia polmonare gassosa”.

Quanto al secondo e terzo motivo di ricorso, se ne deduce l’infondatezza, non senza, peraltro, rilevare che essi, in realtà, concernono esclusivamente la posizione della gestione liquidatoria.

  1. Infine, ha resistito pure la società ….. . s.p.a. (già ….. Assicurazioni s.p.a.), conferitaria del ramo di azienda assicurativa Direzione per l’Italia di ….. s.p.a., chiedendo dichiararsi “l’inammissibilità e/o improcedibilità” dell’impugnazione principale, ovvero, in subordine, il rigetto.

In via preliminare, essa ribadisce che Assicurazioni …. s.p.a. “ha tempestivamente provveduto a mettere a disposizione degli attori”, nel corso del giudizio di primo grado, “l’intero massimale previsto dalla polizza che garantiva l’ente convenuto per la responsabilità civile terzi”, e ciò “pur senza riconoscimento alcuno di responsabilità dell’ente garantito”, avendo, pertanto, (inutilmente) richiesto, su tali basi, “di essere estromessa dal presente giudizio, per estraneità sopravvenuta”. Deduce, inoltre, che correttamente il giudice di prime cure ha rigettato la richiesta di condanna dell’assicuratore ultra massimale, sul presupposto di una presunta “mala gestio” dello stesso, difettandone i presupposti, rilevando, in particolare, l’assenza di una tempestiva domanda al riguardo, risultando, inoltre, l’esame della questione ormai preclusa, atteso che il quinto motivo di appello proposto sul punto dall’ E. è stato dichiarato assorbito, in ragione dell’accoglimento dei primi due motivi del suo gravame, con conseguente esclusione della responsabilità dello stesso per il decesso della P..

Ciò premesso, viene eccepita, in ogni caso, l’inammissibilità del ricorso principale, giacchè diretto alla “mera riproposizione di apprezzamenti di fatto”, e comunque l’infondatezza.

  1. Hanno presentato memorie la Procura Generale presso codesta Corte, che ha chiesto l’accoglimento dei primi due motivi del ricorso principale (e l’assorbimento del terzo), i ricorrenti principali, che hanno insistito nelle rassegnate conclusioni, precisando di non aver impugnato la sentenza di appello nei confronti ò del C. e della sua assicuratrice, presentando la notifica del ricorso nei loro confronti il valore di una mera “litis denuntiatio”, e il controricorrente E., ribadendo anch’esso quanto precedentemente sostenuto.

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. In via preliminare, debbono essere disattese le eccezioni di inammissibilità del ricorso principale, fondate sul rilievo – che investe, specificamente, il primo motivo dell’impugnazione proposta dai V. – della “mescolanza” tra le distinte fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn 3 e 5nonchè sull’essere lo stesso diretto a sollecitare un rinnovato, è non consentito in questa sede, apprezzamento delle risultanze istruttorie.

8.1. Invero, in relazione al primo profilo, è sufficiente osservare che in materia di ricorso per cassazione, “il fatto che un singolo motivo sia articolato in più profili di doglianza, ciascuno dei quali avrebbe potuto essere prospettato come un autonomo motivo, non costituisce, di per sè, ragione d’inammissibilità dell’impugnazione, dovendosi ritenere sufficiente, ai fini dell’ammissibilità del ricorso, che la sua formulazione permetta di cogliere con chiarezza le doglianze prospettate onde consentirne, se necessario, l’esame separato esattamente negli stessi termini in cui lo si sarebbe potuto fare se esse fossero state articolate in motivi diversi, singolarmente numerati” (così Cass. Sez. Un. Sent. 9100/2015, Rv. 635452-01; in senso sostanzialmente analogo, sebbene “a contrario”, si veda anche Cass., Sez. 3, ord., 7009/2017, Rv. 643681-01).

Orbene, nel caso in esame, il primo motivo del ricorso principale può essere agevolmente ricostruito alla stregua, in realtà, di due differenti motivi. L’uno, teso in particolare a denunciare un “error in iudicando” quanto all’applicazione dei principi in tema di ripartizione dell’onere della prova in materia di responsabilità per attività medico-chirurgica, segnatamente in relazione al nesso causale tra l’inadempimento del sanitario e l’evento dannoso, essendosi illegittimamente addossato – nella prospettiva dei ricorrenti – a carico dei soggetti danneggiati l’incertezza circa la causa dell’ipossia che cagionò il decesso della loro congiunta P., visto che la sentenza impugnata formula, al riguardo, almeno cinque distinte ipotesi, ricomprendenti anche quella di un possibile errore dell’anestesista. L’altro, invece, diretto a denunciare l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, ovvero l’incidenza esercitata dalla carenza, presso la struttura sanitaria ove fu ricoverata la partoriente, di strumenti (in particolare, i saturimetri) idonei a rivelare prontamente nella degente la mancanza di adeguata ossigenazione, circostanza rilevante nella prospettiva della responsabilità dell’ente ospedaliero (o meglio, per esso, della gestione liquidatoria), specialmente una volta assunta proprio nell’embolia patita dalla donna la causa della sua morte. Una censura, dunque, destinata a saldarsi con quella oggetto del secondo motivo di ricorso, che appare destinata, invero, a completare la prima, evidenziando che quella omissione, prima ancora che la sentenza impugnata, ebbe ad investire la stessa relazione predisposta dai consulenti tecnici d’ufficio nominati dal giudice di seconde cure, e ciò ad onta dei rilievi formulati, prima e dopo il suo deposito, dai tecnici che assistevano gli odierni ricorrenti.

8.2. Quanto, invece, al secondo profilo di asserita inammissibilità del ricorso principale, da quanto precede appare evidente che nessuno dei due motivi tende a sollecitare, impropriamente, un rinnovato (e non consentito) apprezzamento delle risultanze istruttorie, giacchè con il primo si prospetta un error iuris circa i principi in tema di accertamento del nesso causale e con il secondo l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, e non già un errata valutazione dello stesso.

8.3. Respinte, dunque, le preliminari eccezioni di inammissibilità dell’impugnazione proposta dai V. può procedersi all’esame della stessa.

  1. Il ricorso principale è fondato, sebbene limitatamente al suo secondo motivo, come sopra complessivamente ricostruito.

9.1. Il primo motivo dell’impugnazione principale – che, come sopra ricordato, si appunta sul comportamento del medico anestesista, dottor E., anche nella sua asserita qualità di dipendente della struttura ospedaliera ove ebbe ad essere eseguito l’intervento chirurgico cui conseguì il decesso della donna – non coglie con esattezza la “ratio decidendi” della sentenza della Corte barese.

9.1.1. Giova, sul punto, premettere – come rammentano, del resto, gli stessi ricorrenti – che la responsabilità per attività medico -chirurgica è, da tempo, ricondotta dalla giurisprudenza di questa Corte al paradigma di cui all’art. 1218 c.c., con la conseguenza che il paziente-creditore (o, per esso, i suoi congiunti, in caso di malpractice medica che abbia comportato il decesso del primo) ha il mero onere di provare il contratto (o contatto sociale) intercorso con la struttura e/o con il sanitario, nonchè quello soltanto di allegare il relativo inadempimento o inesatto adempimento, e cioè la difformità della prestazione ricevuta rispetto al modello normalmente realizzato da una condotta improntata alla dovuta diligenza, non essendo invece tenuto a provare la colpa del medico e/o della struttura sanitaria, nonchè la relativa gravità (ex multis, Cass., sez. 3, sent. n. 17143/2012, Rv. 623987-01, nonchè sent. 20 ottobre 2015, n. 21177, Rv. 637450-01).

Resta, dunque, inteso che – secondo una caratteristica peraltro comune a tutti i giudizi risarcitori, sia che il danno derivi da inadempimento contrattuale, sia che tragga origine da fatto illecito – la condotta colposa dell’asserito responsabile ed il nesso di causa tra questa ed il danno costituiscono l’oggetto di due accertamenti concettualmente distinti, di talchè la sussistenza dell’una non dimostra, di per sè, anche la ricorrenza dell’altro (e viceversa).

Più in particolare, come è stato di recente osservato da questa Corte, nuovamente con specifico riferimento alla responsabilità per attività medico-chirurgica, nei giudizi risarcitori si delinea “un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle. Il primo, quello relativo all’evento dannoso, deve essere provato dal creditore/danneggiato, il secondo, relativo alla possibilità di adempiere, deve essere provato dal debitore/danneggiante. Mentre il creditore deve provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia e la condotta del sanitario (fatto costitutivo del diritto), il debitore deve provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile la prestazione (fatto estintivo del diritto)” (così, in motivazione, Cass., sez. 3, sent. 18392/2017, Rv. 645164-01).

41) Ne consegue, dunque, che “la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere. Se, al termine dell’istruttoria, resti incerti la causa del danno o dell’impossibilità di adempiere, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano rispettivamente sull’attore o sul convenuto. Il ciclo causale relativo alla possibilità di adempiere acquista rilievo solo ove risulti dimostrato il nesso causale fra evento dannoso e condotta del debitore. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile” (così, nuovamente, Cass., Sez. 3, sent. n. 18392/2017 cit.).

Tanto premesso, quindi, anche nel caso che qui occupa va ribadito il principio secondo cui: “in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, incombe sul paziente che agisce per il risarcimento del danno l’onere di provare il nesso di causalità tra l’aggravamento della patologia (o l’insorgenza di una nuova malattia) e l’azione o l’omissione dei sanitari, mentre, ove il danneggiato abbia assolto a tale onere, spetta alla struttura dimostrare l’impossibilità della prestazione derivante da causa non imputabile, provando che l’inesatto adempimento è stato determinato da un impedimento imprevedibile ed inevitabile con l’ordinaria diligenza” (Cass., sez. 3, sent. 18392/2017, Rv. 645164-01).

Quanto, invece alle modalità di accertamento del nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia e la condotta del sanitario, questa Corte ha fatto ripetuta applicazione del principio della “preponderanza dell’evidenza” (detto anche del “più probabile che non”), secondo cui è possibile pervenire alla conclusione della riferibilità causale dell’evento all’ipotetico responsabile, solo se esso sia più probabilmente (che non) conseguenza della condotta di costui. Si è, tuttavia, precisato che siffatto accertamento non può essere ancorato esclusivamente alla determinazione quantitativa/statistica delle frequenze di classi di eventi (cosiddetta probabilità quantitativa o pascaliana), che potrebbe mancare o essere inconferente, giacchè la certezza probabilistica, rispetto all’ipotesi di nesso causale da accertare, risulta, piuttosto, dall’applicazione della regola della probabilità, come relazione logica, rispetto a tutti gli elementi che confermano il nesso causale e all’esclusione di altri elementi alternativi che lo escludano (cosiddetta probabilità logica o baconiana), restando, peraltro, inteso che l’accertamento del nesso di causalità implica un una valutazione della idoneità della condotta del sanitario a cagionare il danno lamentato dal paziente che deve essere sempre correlata alle peculiari condizioni del medesimo, nella loro irripetibile singolarità (cfr., da ultimo, Cass., sez. 3, sent. 3390/2015, Rv. 634481-01).

9.1.2. Tali principi, nella sostanza, sono stati rispettati dalla Corte barese con la sentenza impugnata (al netto di alcune affermazioni non in linea con i principi affermati da questa Corte sul tema della responsabilità medica, ma esse stesse “eccentriche” rispetto al ragionamento sviluppato dal giudice di merito). Essa, infatti, ha individuato come più probabile causa del decesso della P. un’embolia gassosa o da liquido amniotico dalla stessa patita durante l’intervento, escludendo, nel contempo, che rispetto a tale evenienza fosse prospettabile una negligente esecuzione della propria prestazione da parte del dottor E..

Si legge, difatti, nell’impugnata decisione, per un verso, che “la più probabile causa dell’ipossia e del conseguente arresto cardiocircolatorio”, destinato poi a condurre la donna alla morte, è consistita “non nel malfunzionamento della macchina che assicurava il respiratore artificiale della paziente o nell’errata collocazione del tubo del respiratore” (circostanze che, astrattamente idonee ad integrare un’inesatta esecuzione della propria prestazione da parte del dottor E., la Corte barese ha tuttavia ritento, in concreto, “scarsamente probabili”, giacchè “nessuno dei soggetti presenti in sala operatoria ha riferito di errori commessi dall’anestesista o il malfunzionamento della macchina”), “ma piuttosto in un’embolia gassosa o da liquido amniotico”. Per altro verso, poi, rispetto all’insorgere di tale situazione, si è escluso che nel comportamento del medico fossero ravvisabili profili di inesatta esecuzione della propria prestazione, considerato che “i segni dell’ipossia non potevano essere rappresentati dal pallore sul viso della donna, ma dal colore più scuro del sangue”, ovvero da un’evenienza “della quale si sarebbe prontamente avveduto il dottor C.”, ovvero il ginecologo di fiducia della P., “il quale era intento a suturare l’utero dopo la nascita delle due bambine”. D’altra parte anche “l’assistenza prestata alla puerpera dopo il drammatico arresto cardiocircolatorio” conseguente all’ipossia è stata ritenuta “adeguata” dalla sentenza impugnata, e ciò perchè “il dottor E., insieme al collega che praticò il massaggio cardiaco”, riuscì “a rianimarla, anche se a causa del tempo in cui si era protratto l’arresto cardiaco, i danni cerebrali risultarono irreversibili e la paziente non si risveglio dal stato di corna”.

9.1.3. Orbene, si tratta di risultanze – oggetto di un apprezzamento di fatto, riservato come tale al giudice di merito – che escludono la fondatezza della doglianza dei ricorrenti, e ciò per la ragione che essa ha individuato, più probabilmente che non, nella embolia gassosa o da liquido amniotico la causa dell’ipossia e poi dell’arresto cardiocircolatorio della P., escludendo, oltretutto, che in relazione alla sua insorgenza potessero ravvisarsi comportamenti dell’anestesista (e, per quanto qui può ormai rilevare, anche del ginecologo) suscettibili di integrare un’inesatta esecuzione della propria prestazione.

9.2. Il secondo motivo di ricorso – che evoca un profilo responsabilità della struttura sanitaria (e, per essa, della gestione liquidatoria) che prescinde dal contegno dei due sanitari, presentando carattere autonomo, giacchè basato sulla mancanza, presso l’ospedale in cui fa praticato l’intervento di parto cesareo, di strumenti idonei a consentire la verifica dei livelli di ossigenazione del sangue della partoriente (i saturimetri), e così il tempestivo accertamento dell’insorgere dello stato di ipossia – è, invece, fondato.

Con lo stesso i V. si dolgono che tale fatto, sebbene certamente decisivo per la definizione del giudizio (giacchè la subitanea verifica dell’insorgenza dell’ipossia avrebbe permesso il repentino approntamento di misure idonee a neutralizzarla), nonchè sottoposto dai propri tecnici di parte all’attenzione dei consulenti della Corte di Appello, sia stato non solo da essi ignorato, ma neppure preso in considerazione dalla sentenza impugnata, sebbene, sul punto, fosse stata chiesta l’integrazione della consulenza tecnica o almeno la convocazione, a chiarimenti, del collegio degli ausiliari del giudice.

Il motivo merita accoglimento alla stregua del principio secondo cui, quando “ad una consulenza tecnica d’ufficio siano mosse critiche puntuali e dettagliate da un consulente di parte il giudice che intenda disattenderle ha l’obbligo di indicare nella motivazione della sentenza le ragioni di tale scelta, senza che possa limitarsi a richiamare acriticamente le conclusioni del proprio consulente, ove questi a sua volta non si sia fatto carico di esaminare e confutare i rilievi di parte”, ricorrendo, in tal caso, “il vizio di motivazione deducibile in sede di legittimità ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5” (Cass., sez. 1, sent. 23637/2016, Rv. 642660-01).

D’altra parte, gli odierni ricorrenti hanno soddisfatto – come si è meglio evidenziato nel p. 3.3. – l’onere di indicare la sede processuale in cui il fatto, il cui esame è stato omesso, è stato dibattuto, nonchè la sua decisività, ottemperando a quanto richiesto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4).

9.3. All’accoglimento del secondo motivo di ricorso segue, con assorbimento del terzo, il rinvio della causa ad altra sezione della Corte di Appello di Bari, affinchè provveda alla decisione in merito alla domanda di responsabilità della gestione liquidatoria in relazione al decesso della P., nonchè, entro gli stessi limiti, alla liquidazione delle spese del presente giudizio.

  1. Non è fondato il ricorso incidentale del C., alla stregua del principio secondo le “gravi ed eccezionali ragioni”, indicate esplicitamente nella motivazione per giustificare la compensazione totale o parziale, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2, nella formulazione, applicabile “ratione temporis”, introdotta dalla l. n. 69/2009, art. 45, comma 2, sono sindacabili in sede di legittimità, sotto forma di violazione di legge, solo quando risultino illogiche o erronee (da ultimo, Cass., sez. 6-5, ord. 6059/2017, Rv. 64332901), evenienza da escludere nel caso di specie, essendo stata la compensazione delle spese tra i V. ed il medesimo C. disposta “in considerazione della controvertibilità delle questioni dibattute”.
  2. Va, infine, disposta l’integrale compensazione delle spese del presento giudizio tra i ricorrenti V. e i controricorrenti C. ed E.

P.Q.M.

La Corte dichiara non fondato il primo motivo di ricorso principale, accoglie il secondo e dichiara assorbito il terzo, e per l’effetto cassa la sentenza impugnata, rinviando ad altra sezione della Corte di Appello di Bari per la decisione nel merito, oltre che per la liquidazione delle spese del presente giudizio.

Rigetta il ricorso incidentale di C.P., compensando integralmente le spese del presente giudizio tra i ricorrenti V.L. e V.M.R. e i controricorrenti C.P. e E.D.M..

Così deciso in Roma, all’esito di adunanza camerale della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 11 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 29 gennaio 2018

 

Ti è stato utile questo articolo?

Marina Crisafi

Comments are closed.