LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI   Maria Margherita                 – Presidente   –

Dott. SPIRITO   Angelo                           – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI   Chiara                           – Consigliere –

Dott. CARLUCCIO Giuseppa                         – Consigliere –

Dott. ROSSETTI   Marco                       – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 16810-2013 proposto da:

C.A., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ….., presso lo studio dell’avvocato …., che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ….. giusta procura speciale a margine del ricorso; – ricorrente – contro ROMA CAPITALE, in persona del sindaco ..           M.I. R., elettivamente domiciliata in …. presso lo studio dell’avvocato …., che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ….. giusta procura speciale in calce al controricorso; – controricorrente – e contro MARZIALI COSTRUZIONI GENERALI SRL; – intimata- avverso la sentenza n. 646/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 04/02/2013; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 23/03/2016 dal Consigliere Dott. MARCO ROSSETTI; udito l’Avvocato …..; udito l’Avvocato ….. per delega; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SERVELLO GIANFRANCO che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. Nel 2005 C.A. convenne dinanzi al Tribunale di Roma il Comunedi Roma, esponendo che:

– il (OMISSIS), percorrendo una strada comunale, inciampò e cadde a causa dell’insidia rappresentata da una tratto di marciapiede malfermo e coperto di foglie;

– cadendo, patì lesioni personali.

Chiese perciò la condanna del Comune al risarcimento del danno.

  1. Il Comunedi Roma si costituì, negò la propria responsabilitàe chiamò comunque in causa l’impresa cui aveva appaltato la manutenzione di quel tratto stradale.
  2. Con sentenza 17.12.2008 n. 24974 il Tribunale rigettò la domanda.

C.A. impugnò la sentenza.

La Corte d’appello di Roma con sentenza 4.2.2013 n. 646, pur modificando la motivazione, confermò la statuizione di rigetto della domanda. Ritenne la Corte d’appello che l’attrice, camminando su un tratto di marciapiede dissestato e coperto di foglie, avesse tenuto una condotta imprudente, di per sè sufficiente ad escludere la colpa dell’amministrazione.

  1. Tale sentenza viene ora impugnata per cassazione da C.A., con ricorso fondato su un solo motivo ed illustrato da memoria.

Ha resistito con controricorso il Comune di Roma, che ha altresì depositato memoria ex art. 378 c.p.c. e note d’udienza in replica alle conclusioni del Procuratore Generale.

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. Il motivo di ricorso.

1.1. Con l’unico motivo di ricorso la ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3.

Deduce, in particolare, la violazione degli artt. 1227, 2051 e 2697 c.c.; artt. 14, 37 e 190 C.d.S..

Espone, al riguardo, che la Corte d’appello ha erroneamente ritenuto che il sinistro fosse dovuto a imprudenza della vittima, in quanto:

– non esiste un principio di “autoresponsabilità”, in virtù del quale il pedone dovrebbe limitarsi nell’uso dei marciapiedi;

– il pedone può fare sempre legittimo affidamento sulla percorribilità dei marciapiedi senza dover temere insidie di sorta;

– il Comune comunque non aveva affatto provato la colpa esclusiva della vittima;

– la Corte d’appello aveva illogicamente preteso di trarre dalla professione della vittima (avvocato) la conclusione che, essendo il fatto avvenuto in prossimità del tribunale civile, la vittima ben conoscesse lo stato dei luoghi.

1.2. Il motivo, per quanto ben argomentato, deve essere dichiarato infondato.

In punto di diritto, e al netto di vari obiter oggettivamente superflui, il principio affermato dalla Corte d’appello è chiaro, e lo si può così riassumere: “è in colpa colui che decida di percorrere un tratto di strada diffusamente dissestato, senza poter vedere dove mette i piedi”.

E si tratta di principio corretto. E’ infatti pacifico, nella giurisprudenza di questa Corte, che:

(a) il custode si libera della presunzione di cui all’art. 2051 c.c. dimostrando il caso fortuito;

(b) il caso fortuito può consistere anche nel fatto colposo della vittima;

(c) il fatto colposo della vittima può consistere anche nella mancata percezione d’un pericolo evidente e chiaramente percepibile;

(d) l’incidenza causale della vittima sulla produzione del danno è direttamente proporzionale all’evidenza del pericolo: più questo era evidente, maggiore sarà la percentuale di responsabilità a carico della vittima, la quale diventerà esclusiva nel caso di pericoli manifestamente percepibili ed agevolmente evitabili.

Tutti questi principi si trovano sintetizzati, tra gli altri, nel decisum di Sez. 3, Sentenza n. 999 del 20/01/2014, Rv. 629275, ove si legge che “il principio secondo cui, ricorrendo la fattispecie della responsabilità da cosa in custodia, il comportamento colposo del danneggiato può – in base ad un ordine crescente di gravità – o atteggiarsi a concorso causale colposo (valutabile ai sensi dell’art. 1227 c.c., comma 1), ovvero escludere il nesso causale tra cosa e danno e, con esso, la responsabilità del custode (integrando gli estremi del caso fortuito rilevante a norma dell’art. 2051 c.c.), deve a maggiore ragione valere ove si inquadri la fattispecie del danno da insidia stradale nella previsione di cui all’art. 2043 c.c.”.

In applicazione di questo principio, la sentenza appena ricordata ha confermato la sentenza impugnata la quale ritenne che il comportamento del soggetto danneggiato – transitato a piedi in una strada talmente dissestata da obbligare i pedoni a procedere in fila indiana – avrebbe dovuto essere improntato ad un onere di massima prudenza in quanto la situazione di pericolo di caduta era altamente prevedibile, e ritenne pertanto, che l’evento lesivo in concreto verificatasi, conseguente all’inciampo in un tombino malfermo e mobile, fosse da ricondurre alla esclusiva responsabilità del soggetto danneggiato.

1.3. Nel caso di specie la Corte d’appello, ritenendo sussistente un pericolo oggettivamente visibile ed agevolmente evitabile, ha dunque correttamente applicato i principi appena riassunti.

Stabilire, poi, se nella strada ove avvenne il fatto vi fosse o meno un “diffuso dissesto” ed una evidente pericolosità; se questa potesse essere agevolmente evitata; se la condotta colposa della vittima sia stata causa esclusiva dell’evento o solo concausa, sono altrettante valutazioni di fatto, non sindacabili in questa sede.

  1. Le spese.

Le spese del presente grado di giudizio vanno a poste a carico della

ricorrente, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, e sono liquidate nel dispositivo.

P.Q.M.

La Corte di cassazione, visto l’art. 380 c.p.c.:

– rigetta il ricorso;

– condanna C.A. alla rifusione in favore di Comune di Roma delle spese del presente grado di giudizio, che si liquidano nella somma di Euro 2.200, di cui Euro 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie ex D.M. 10 marzo 2014, n. 55, art. 2, comma 2;

– dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte di C.A. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Terza Sezione civile della Corte di Cassazione, il 23 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 30 settembre 2016

 

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Marina Crisafi

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