LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO   Angelo                           – Presidente   –

Dott. OLIVIERI Stefano                     – rel. Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo                             – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto                           – Consigliere –

Dott. SPAZIANI Paolo                             – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 2205/2015 proposto da: GESTIONE LIQUIDATORIA DELLA USL (OMISSIS) FIRENZE, in persona del Commissario Liquidatore e legale rappresentante Dott.                 M.M.P., elettivamente domiciliata in ….. presso lo studio dell’avvocato …., rappresentata e difesa dall’avvocato …. giusta procura speciale a margine del ricorso; – ricorrente – contro                       L.M.S., elettivamente domiciliato in …., presso lo studio dell’avvocato …, rappresentato e difeso dall’avvocato …. giusta procura speciale a margine del controricorso; – controricorrente – e contro UNIPOLSAI ASSICURAZIONI SPA, UNIPOL GRUPPO FINANZIARIO SPA,                     B.F.G.,           L.R.E.; – intimati – nonchè da: UNIPOLSAI ASSICURAZIONI S.P.A., in persona del Procuratore Dott.                 G.D., elettivamente domiciliata in …. presso lo studio dell’avvocato …. che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati …. giusta procura speciale in calce al ricorso; – ricorrente – contro GESTIONE LIQUIDATORIA DELLA USL (OMISSIS) FIRENZE in persona del Commissario Liquidatore e legale rappresentante Dott.                 M.M.P., elettivamente domiciliata in …., presso lo studio dell’avvocato …., rappresentata e difesa dall’avvocato …. giusta procura speciale a margine del controricorso;                      L.M.S., elettivamente domiciliato in ….., presso lo studio dell’avvocato …., rappresentato difeso dall’avvocato …. giusta procura speciale a margine del controricorso; – controricorrenti – e contro           L.R.E.,             F.G., AURORA ASSICURAZIONI SPA; – intimati – nonchè da:           L.R.E.,       MA.AN. nella loro qualità di eredi universali di       L.R.F., elettivamente domiciliate in ….. presso lo studio dell’avvocato ….., rappresentate e difese dall’avvocato …. giusta procura speciale a margine del ricorso; – ricorrenti- contro GESTIONE LIQUIDATORIA DELLA USL (OMISSIS) FIRENZE in persona del Commissario Liquidatore e legale rappresentante Dott.                 M.M.P., elettivamente domiciliata in …., presso lo studio dell’avvocato …., rappresentata e difesa dall’avvocato …. giusta procura speciale a margine del controricorso;                       L.M.S., elettivamente domiciliato in …., presso lo studio dell’avvocato …., rappresentato e difeso dall’avvocato …. giusta procura speciale a margine del controricorso; – controricorrenti – e contro                     F.B.G., UNIPOL SAI ASSICURAZIONI SPA, UNIPOL GRUPPO FINANZIARIO SPA; – intimati – avverso la sentenza n. 1553/2014 della Corte d’Appello di Firenze, depositata il 25/09/2014; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 17/10/2017 dal Consigliere Dott. ….; udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. … ., che ha concluso per il rigetto del ricorso; udito l’Avvocato ….; udito l’Avvocato ….; udito l’Avvocato ……

FATTI DI CAUSA

Con sentenza non definitiva in data 18.1.2002 n. 183 il Tribunale Firenze, dichiarava la responsabilità di F.B.G. nella causazione del sinistro stradale verificatosi il (OMISSIS) in seguito al quale L.M.S. aveva riportati gravi lesioni personali. Con sentenza definitiva in data 1.6.2004 n. 2529 il medesimo Tribunale quantificava il danno biologico, morale soggettivo e patrimoniale emergente subito dal L. in Euro 345.203,00 ritenendo non provato il danno da “lucro cessante”; accertava il concorso causale 33% del L. nella produzione del danno per omesso uso del casco; condannava la F. e Meieaurora Ass.ni s.p.a., che assicurava la RCA, al pagamento della somma liquidata nella misura di responsabilità accertata (67%); escludeva invece la responsabilità contrattuale di Gestione Liquidatoria della USL (OMISSIS) di Firenze e del medico neurochirurgo dipendente dell’ente pubblico prof. L.R.F., ritenendo che nella esecuzione degli interventi e nel controllo post-operatorio non fossero stati commessi errori od omissioni tali da determinare un aggravamento delle condizioni di salute del L..

Riunite le cause iscritte presso la Cancelleria della Corte d’appello di Firenze relative agli atti di appello proposti avverso la decisione di prime cure da Aurora Assicurazioni s.p.a. e dal L., il Giudice di appello, con sentenza parziale e non definitiva in data 14.9.2011 n. 1112;

dichiarava inammissibile l’appello principale di L. contro Az. USL (essendo legittimata passiva solo la Gestione Liq. USL (OMISSIS))

– accoglieva parzialmente l’appello principale proposto da AURORA Ass.ni s.p.a., limitando la condanna (in solido con la F.) al massimale di polizza;

– accoglieva l’appello del L., escludendo il concorso causale del danneggiato nella produzione del danno (33%);

– confermava l’ammontare del danno (quantum) già liquidato dal Tribunale, statuendo che (se provato) spettava al L. anche il danno da lucro cessante, e che gli interessi compensativi sull’importo liquidato dal Tribunale decorrevano dalla data dell’illecito e non dalla data della sentenza di primo grado.

Con sentenza definitiva in data 25.9.2014 la Corte d’Appello di Firenze motivando “per relationem” alle risultanze peritali della indagine svolta collegialmente dai CC.TT.UU. nel giudizio di secondo grado:

– accoglieva parzialmente l’appello del L. riconoscendo la responsabilità da malpratice medica del sanitario curante e della Gestione Liquidatoria, in quanto la omessa tempestiva rilevazione mediante TAC – dell’ascesso cerebrale che era insorto a seguito del trauma originario subito dal L., aveva impedito la risoluzione della complicanza attraverso terapia antibiotica, rendendo necessaria la asportazione chirurgica mediante craniotomia dell’ascesso, e dunque determinando un maggior danno rispetto ai postumi evidenziati (valutati complessivamente in misura pari al grado del 20% di invalidità biologica permanente), con particolare riferimento alla insorgenza di crisi epilettiche a distanza, e che incideva nella misura del 50% rispetto all’accertato grado di invalidità

– dichiarava la inammissibilità della domanda risarcitoria proposta dal danneggiato con “azione diretta” nei confronti di Fondiaria-SAI Assicurazioni s.p.a., società che assicurava la responsabilità civile della Gestione Liquidatoria della USL;

– condannava F.G., AURORA Ass.ni s.p.a., L.R.F. e Gestione Liquidatoria della USL Firenze, quali responsabili in solido ex art. 2055 c.c., comma 1, al risarcimento del danno come liquidato in Euro 345.203,00 dal primo Giudice, oltre interessi dalla data del sinistro, “stante la carenza di impugnazione sul punto”, rigettando in difetto di prova la domanda del L. di risarcimento del danno da lucro cessante per invalidità lavorativa specifica condannava Fondiaria Ass.ni s.p.a. a tenere indenne la propria assicurata Gestione Liquidatoria USL

(OMISSIS)10/D – Firenze, con quattro motivi – avverso i quali ha controdedotto esclusivamente il L. con controricorso; da UNIPOLSAI Assicurazioni s.p.a. (già Fondiaria SAI Ass.ni s.p.a.), con quattro motivi – essendosi difesi con distinti controricorsi la Gestione Liquidatoria e L.M.S.; da L.R.E. e Ma.An. n.q. di eredi di L.R.F., con quattro motivi – avverso i quali hanno controdedotto con controricorso la Gestione Liquidatoria ed il L..

Gestione Liquidatoria USL (OMISSIS) Firenze, UNIPOLSAI Ass.ni s.p.a. ed eredi di L.R.F. hanno depositate memorie ex art. 378 cpc.

RAGIONI DELLA DECISIONE

Avverso la sentenza definitiva della Corte d’appello di Firenze in data 25.9.2014 n. 1553 sono stati proposti tre autonomi e distinti ricorsi per cassazione:

– il primo proposto da Gestione Liquidatoria USL (OMISSIS) – Firenze notificato “a mani proprie” in data 12.1.2015 presso i difensori domiciliatari di L.R.E. n.q. di erede di L.R.F. e di UNIPOLSAI Ass.ni s.p.a..

il secondo proposto da UNIPOLSAI Assicurazioni s.p.a. con atto notificato in data 23.1.2015

– il terzo proposto dagli eredi di L.R.F. con atto notificato a mezzo posta in data 14.5.2015.

Orbene, il principio dell’unicità del processo di impugnazione contro una stessa sentenza comporta che, una volta avvenuta la notificazione della prima impugnazione, tutte le altre debbono essere proposte in via incidentale nello stesso processo e perciò, nel caso di ricorso per cassazione, con l’atto contenente il controricorso. Tuttavia quest’ultima modalità non può considerarsi essenziale, per cui ogni ricorso successivo al primo si converte, indipendentemente dalla forma assunta e ancorchè proposto con atto a sè stante, in ricorso incidentale, la cui ammissibilità è condizionata al rispetto del termine di quaranta giorni (venti più venti) risultante dal combinato disposto degli artt. 370 e 371 cpc indipendentemente dai termini (l’abbreviato e l’annuale) di impugnazione in astratto operativi (Corte Cass. sez. 3, sentenza n. 26723/2011, id. sez. 5, sentenza n. 16221/2014). Tale principio non trova deroghe riguardo all’impugnazione di tipo adesivo che venga proposta dal litisconsorte dell’impugnante principale e persegue il medesimo intento di rimuovere il capo della sentenza sfavorevole ad entrambi, nè nell’ipotesi in cui si intenda proporre impugnazione contro una parte non impugnante o avverso capi della sentenza diversi da quelli oggetto della già proposta impugnazione(Corte Cass. sez. 3 n. 4789/2001; id sez 2 ordinanza n. 26622/2005; id sez. 1, sentenza n. 5695/2015; id sez. 3 n. 2516/2016).

Ne segue che il ricorso autonomamente proposto da UNIPOLSAI Ass.ni s.p.a. si converte in ricorso incidentale, essendo stato proposto nel termine previsto dagli artt. 370 e 371 cpc di gg. 40 dalla notifica del ricorso principale di Gestione Liquidatoria, essendo quindi del tutto pretestuosa la eccezione di inammissibilità dedotta con il controricorso della stessa Gestione Liquidatoria.

Si converte in ricorso incidentale anche il successivo ricorso autonomamente – proposto dagli eredi di L.R..

Manifestamente infondate, pertanto, sono le eccezioni di inammissibilità dei ricorsi UNIPOLSAI Ass.ni s.p.a. ed eredi L.R., svolte – nei controricorsi – dalla Gestione Liquidatoria USL sul presupposto della omessa osservanza della forma del controricorso e contestuale ricorso incidentale.

  1. 1. Ricorso principale proposto da Gestione Liquidatoria USL (OMISSIS) Firenze

Primo motivo: nullità della sentenza per carenza assoluta di motivazione (violazione art. 132 cpc, comma 2, n. 4, nonché art. 118 disp att cpc, comma 1, in relazione all’art. 156 cpc, ed all’art. 111 Cost.).

Secondo motivo: violazione degli artt. 40 e 41 cp, degli artt. 1218 e 1223 c.c., art. 2697 c.c.

Terzo motivo: violazione e falsa applicazione degli artt. 2043 e 2055 cc

Quarto motivo: nullità della sentenza per errata individuazione del giudicato sulla liquidazione del danno (violazione artt. 34, 100, 101 e 324 cpc in relazione all’art. 2909 cc e art. 111 Cost. commi 1 e 2.)

1.1 Il primo motivo è inammissibile.

E’ consolidato principio di questa Corte che la critica rivolta alla sentenza che ha motivato riportandosi integralmente alle risultanze delle indagini medico-legali ed alle argomentazioni tecniche svolte dall’ausiliario, non può limitarsi alla mera contrapposizione di conclusioni contrastanti nel merito, ma deve invece: a) individuare i singoli passaggi dell’elaborato peritale ritenuti erronei, onde consentire alla Corte di verificare “in limine” se le affermazioni del consulente tecnico oggetto di critica rivestano carattere di decisività; b) specificare le ragioni della critica, evidenziando se attengono a carenze o deficienze diagnostiche, nell’espletamento delle indagini, ovvero consistono in affermazioni illogiche e scientificamente errate, o ancora nella omissione degli accertamenti clinici strumentali dai quali non possa prescindersi per la formulazione di una corretta diagnosi; c) indicare nel ricorso per cassazione, onde evitare la inammissibilità per novità della questione, che le critiche erano state oggetto di puntuali motivi di gravame, trascrivendone almeno i punti salienti (cfr. Corte Cass. n. 7341/2004; n. 17369/2004; 13845/2007; n. 3224/2014; n. 16368/2014; n. 11482/2016).

Ed infatti, se la sentenza che recepisca integralmente in motivazione gli argomenti tecnici e le risultanze cui perviene la c.t.u., può essere certamente impugnata per vizio di motivazione (nella formulazione del nuovo testo dell’art. 360 cpc, comma 1, n. 5, come modificato dal dl n. 83/2012, conv. In l. n. 134/2012), laddove gli errori contestati vengano a risolversi nell’omesso esame di un “fatto decisivo” per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (cfr. Corte Cass. sez. 3 n. 13922/2016), tuttavia occorre rilevare che, per assolvere al requisito di autosufficienza di cui all’art. 366 cpc, comma 1, n. 4, il motivo di ricorso non può limitarsi alla mera trascrizione del contenuto delle osservazioni critiche, o come nel caso di specie, dei diversi elaborati peritali contrastanti redatti dagli ausiliari nominati nel corso dei gradi di giudizio, prospettando come migliore la soluzione più favorevole alla tesi difensiva del ricorrente, ma deve invece individuare specificamente i punti salienti del ragionamento svolto dal CTU che debbono ritenersi “determinanti” ai fini della decisione, sottoporli a puntale critica, specificandone l’errore tecnico – in relazione ai fatti decisivi omessi- alla stregua delle osservazioni critiche che devono essere state tempestivamente formulate nel corso del giudizio di merito e che però sono state del tutto trascurate dall’ausiliario e di conseguenza dal Giudice che ha motivato “per relationem”; diversamente, una mera disamina, corredata da notazioni critiche, dei vari passaggi dell’elaborato peritale richiamato in sentenza, si risolve nella mera prospettazione di un sindacato di merito, inammissibile in sede di legittimità (cfr. Corte Cass. sez. 1 n. 10222/2009).

Osserva il Collegio che la Corte d’appello, sulla scorta delle conclusioni raggiunte dal collegio degli ausiliari nominato in secondo grado, ha ritenuto raggiunta la prova della concorrente condotta colposa del sanitario, individuandola nella omessa effettuazione di TAC encefalica di controllo postoperatorio, prevista dal protocollo relativo ai casi di trattamento di “trauma cranico severo ed aperto con presenza di lacerazioni cerebrali multiple di cui una operata “. L’omesso controllo strumentale per immagini ha determinato: a) una colpa professionale da “ritardo” nella diagnosi e nel trattamento precoce – mediante chemioterapia antibiotica – della infezione (ascesso cerebrale in sede frontale destra) insorta a causa del trauma cranico originario, b) una concausa del danno (con riferimento alle sequele neuropsicologiche ed in particolare alle “crisi epilettiche a distanza” – rischio calcolato statisticamente nella elevata percentuale tra il 20% ed il 39%) individuata nella mancata tempestiva somministrazione della terapia antibiotica, che aveva successivamente reso necessaria (attesa la inefficacia dei due precedenti interventi eseguiti – dopo il ritardato accertamento diagnostico dell’ascesso con la TAC – con l’inserimento di catetere per aspirare l’ascesso ed infondere antibiotici nella cavità) la asportazione radicale dell’ascesso mediante intervento chirurgico di craniotomia (secondo gli studi dei casi analoghi statisticamente rilevati la epilessia focale è stata indicata come la sequela patologica più comune – 90% casi – dell’ascesso cerebrale asportato con intervento chirurgico).

Orbene deve ritenersi del tutto inconferente il rilievo attribuito dalla parte ricorrente al “fatto decisivo” secondo cui non si era ancora formata e non era visibile una “capsula dell’ascesso” fino al 38° giorno del decorso postoperatorio: tale elemento infatti, viene indicato dal collegio peritale come condizionante il trattamento “chirurgico”, e non anche il trattamento chemioterapico, come emerge con estrema chiarezza dal contenuto della pag. 20 della CTU (riportata a pag. 93 del ricorso principale) da cui risulta che l’ascesso cerebrale veniva diagnosticato con TAC soltanto un mese dopo dal primo intervento chirurgico “per cui avendo presente il periodo di latenza di circa due settimane in cui un eventuale ascesso non sarebbe stato diagnosticato con certezza con la TAC, eventuali successivi esami TAC dopo questo periodo lo avrebbero sicuramente messo in risalto i successivi interventi neurochirurgici susseguitisi nei mesi successivi avrebbero potuto essere evitati in caso di precoce trattamento….”. Inoltre come si evince dalla trascrizione dell’elaborato peritale riportata nella esposizione del motivo, il Collegio dei consulenti tecnici di ufficio non ha affatto omesso di considerare ma anzi ha fornito una puntuale risposta alla obiezione formulata dai CC.TT.PP. dell’ente pubblico, rilevando come il trattamento antibiotico effettuato dopo il primo intervento chirurgico e prima della formazione dell’ascesso, era stato poi interrotto, mentre se fosse stato tempestivamente rilevato l’ascesso con la TAC, detta terapia antibiotica “non sarebbe stata assolutamente sospesa proprio nella fase cruciale con possibilità di ridurne le conseguenze legate a questa patologia” (cfr. ricorso principale, pag. 95).

Risulta, pertanto, manifestamente infondata la censura di assoluta incomprensibilità logica delle conclusioni peritali cui ha aderito “per relationem” la Corte d’appello.

Occorre altresì osservare che i CC.TT.UU. hanno affermato che la diagnosi dell’ascesso cerebrale in fase precoce e l’immediato adeguato trattamento farmacologico “avrebbe (forse) portato a dominare l’infezione con la sola antibiotico-terapia (chemioterapia), senza necessità quindi di ricorrere successivamente all’intervento chirurgico”.

Orbene la critica mossa dalla parte ricorrente a tale affermazione impinge nella valutazione della incidenza probabilistica della determinazione della sequenza causa-effetto, ricollegata dalla Corte d’appello alla relazione eziologica “terapia antibiotica tempestiva-risoluzione della patologia infettiva”, che costituisce giudizio prettamente di merito, da compiersi con la tecnica giuridica propria dell’accertamento della responsabilità del diritto civile (cfr. Corte Cass. sez. U n. 576/2008) la quale – a differenza dell’accertamento della responsabilità penale – non richiede la assoluta certezza (intesa come esclusione di qualsiasi ragionevole dubbio) che dal fatto accertato proceda inevitabilmente una determinata conseguenza, ma ritiene sufficiente a fondare il nesso di derivazione causale la applicazione del criterio logico della cd. “elevata certezza probabilistica”, tale per cui un fatto (la condotta omessa), valutato alla stregua di un complessivo esame di tutte le circostanze concrete, viene ad essere riconosciuto – tra molteplici altri fatti tutti astrattamente idonei ad integrare “possibili fattori causali” di un determinato evento – come il “più probabile” fattore genetico, nel senso che l’evento verificatosi può ritenersi “più probabilmente che non” effetto-conseguenza di quel determinato fatto (cfr. Corte Cass sentenza n. 10285/2009; n. 10741/2009; n. 15991/2011; n. 13214/2012; n. 21255/2013).

Tale giudizio di merito non è sindacabile in sede di legittimità, attraverso il controllo della motivazione della sentenza impugnata, salvo che non trasmodi in mero arbitrio od in assoluta incomprensibilità logica della “relatio” tra premesse in fatto e “regula juris” applicata. Nella specie la parte ricorrente ha omesso del tutto di supportare la propria critica con riferimento a tali specifici parametri di controllo dell’allegato vizio di legittimità per violazione dell’art. 132 cpc, comma 2, n. 4), venendo a richiedere nella esposizione del motivo una inammissibile rivisitazione del giudizio di merito compiuto dalla Corte territoriale, secondo una diversa prospettazione delle risultanze delle indagini svolte dai CC.TT.UU. nella quale si iscrive anche la doglianza di un mancato esame da parte della Corte territoriale delle conclusioni difformi delle precedenti tre relazioni peritali – svolte in primo e secondo grado – che vengono soltanto riportate per estratti, peraltro evidenziando elementi circostanziali neppure concludenti ai fini della valutazione del ritardo diagnostico e del maggior danno da esso derivato (cfr. ricorso principale, pag. 100: la c.t.u. A. ha ribadito che l’intervento chirurgico di asportazione dell’ascesso richiedeva la formazione della capsula -fatto pacifico e privo di incidenza sulla condotta omissiva accertata-; la irrilevanza del “differimento della diagnosi” dell’ascesso – che emergerebbe dalla c.t.u. R. – non viene in alcun modo giustificata; la c.t.u. Mi. investe la causa – trauma originario – della formazione dell’ascesso – fatto pacifico ed anch’esso irrilevante ai fini della verifica della condotta omissiva medica-).

1.2 Il secondo motivo è inammissibile in quanto: a) presuppone un quadro di riferimento estraneo alla “ratio decidendi” e che non trova riscontro nell’excursus motivazionale della sentenza impugnata; b) è volto a dedurre, attraverso la violazione di norme di diritto, piuttosto una critica ali risultati delle indagini svolte dai Consulenti Tecnici di Ufficio, censura che avrebbe dovuto allora essere formulata in relazione ad “errore di fatto”, nei ristretti limiti consentiti dal paradigma dell’art. 360 cpc comma 1, n. 5, nel testo riformato dal dl n. 83/2012 conv. In l. n. 134/2012.

La Gestione Liquidatoria sovrapponendo questioni giuridiche del tutto diverse ed utilizzando argomenti propri della verifica della non imputabilità dell’inadempimento della obbligazione contrattuale della struttura sanitaria e para-contrattuale (da contatto sociale) del medico dipendente dell’ente pubblico, intende criticare l’accertamento del nesso di causalità materiale, sostenendo che i CC.TT.UU. non avrebbero individuato l’evento dannoso causato dalla omessa TAC ed avrebbero omesso di accertare quale danno differenziale fosse derivato dalla condotta omissiva del medico e quale fosse la sua misura.

Tali affermazioni sono smentite dagli stessi estratti della relazione peritale riportati nel ricorso principale e nella stessa sentenza impugnata.

Come ribadito dalla giurisprudenza di questa Corte, il giudizio di accertamento del “nesso di causalità materiale” opera, nell’ambito del diritto civile, in base a criteri che prescindono del tutto dal parametro della “diligenza esigibile” dal soggetto tenuto ad eseguire la prestazione cui si è obbligato.

Nella specie il Collegio peritale ed il Giudice di secondo grado che ne ha condiviso le conclusioni, hanno affermato che il ritardo diagnostico e terapeutico-farmacologico dell’ascesso cerebrale, da un lato, non aveva consentito di risolvere la infezione per via chemioterapica (ciò che avrebbe impedito all’ascesso di operare, unitamente al trauma lesivo cerebrale originario, come concausa delle sequele neurologiche ed in particolare delle “crisi epilettiche a distanza”), dall’altro, aveva reso cogente l’intervento chirurgico di asportazione dell’ascesso mediante craniotomia (non avendo conseguito alcun risultato utile i due interventi, eseguiti dopo la TAC, con ripresa della terapia antibiotica, mediante infusione con catetere, che era stata interrotta al termine dell’immediato post-operatorio,), fatto che veniva individuato quale concausa del maggior danno -rispetto a quello determinato dall’originaria lesione traumatica dovuta al sinistro stradale – consistente nell’aggravamento del “rischio di crisi epilettiche a distanza dal trauma”, evento successivamente verificatosi ed attualmente controllato dalla terapia farmacologica (cfr. relazione c.t.u. riportata alle pag. 46-47 del ricorso principale), con ciò esaurendo l’accertamento della relazione di (con)causalità materiale tra la condotta omissiva e l'”evento-crisi epilettica focale”, alla stregua del criterio di probabilità inversa secondo cui, se fosse stato tempestivamente accertato l’ascesso e fosse stata eseguita, nel momento appropriato, la terapia antibiotica omessa, vi sarebbero state “più probabilità che non” di ridurre gli esiti della complicanza ascessuale.

I CC.TT.UU. hanno inoltre ritenuto di determinare il contributo di ciascuna concausa (condotta della conducente della vettura; condotta omissiva del medico) alla produzione del danno biologico patito dal L., nella misura del 50% (in tal senso la Corte d’appello ha inteso specificare il riferimento, contenuto nella relazione peritale, alla ripartizione proporzionale tra i fattori causali del danno del grado di invalidità permanente residuato al danneggiato).

Pertanto è smentita “per tabulas” la critica formulata dalla ricorrente principale in relazione all’ “inesistente” accertamento, da parte del Giudice di merito, della causalità materiale e giuridica, mentre – per il resto – il motivo introduce una inammissibile rivalutazione degli accertamenti in fatto.

1.3 Il terzo motivo è infondato.

Sostiene la ricorrente che non troverebbe applicazione l’art. 2055 c.c., comma 1 (solidarietà passiva nella obbligazione risarcitoria del danno) in quanto nella fattispecie non si sarebbe in presenza di un “unico fatto dannoso” imputabile a condotte plurisoggettive, ma di distinti fatti dannosi derivati, il primo, dalla condotta colposa del soggetto dichiarato esclusivo responsabile del sinistro stradale (illecito extracontrattuale), ed il secondo, dalla condotta colposa omissiva imputabile al sanitario e quindi (ex artt. 1218 e 1228 cc.) all’ente pubblico per inadempimento della prestazione contrattuale. Nè sarebbe configurabile nel secondo fatto dannoso un “aggravamento” del danno, atteso che la mera possibilità di ridurre le conseguenze della complicanza ascessuale si sostanzierebbero nel danno da perdita di chances “che è danno autonomo rispetto al danno effettivamente accertato”.

Orbene è principio costantemente affermato da questa Corte quello per cui l’unicità del fatto dannoso, richiesta dall’art. 2055 c.c., ai fini della configurabilità della responsabilità solidale degli autori dell’illecito, va intesa in senso non assoluto, ma relativo, in coerenza con la funzione propria di tale istituto di rafforzare la garanzia del danneggiato, sicchè – sia in tema di responsabilità contrattuale che extracontrattuale – se un unico evento dannoso è ricollegabile eziologicamente a più persone, è sufficiente, ai fini della responsabilità solidale, che tutte le singole azioni od omissioni abbiano concorso in modo efficiente a produrlo, alla luce dei principi che regolano il nesso di causalità ed il concorso di più cause efficienti nella produzione dei danni (patrimoniali e non) da risarcire, essendo a tal fine irrilevante se il fatto dannoso sia derivato da più autonome azioni o omissioni, dolose o colpose, costituenti fatti illeciti anche temporalmente distinti, ed anche diversi (ex plurimis: Corte Cass. n. 6041/2010; n. 15687/2013).

Nella specie il Giudice di merito, motivando “per relationem” alla CTU collegiale, ha individuato l’eventum damni nelle “crisi epilettiche a distanza dal trauma” cui è soggetto il L., ed ha identificato le concause di tale evento, sia nelle lesioni cerebrali riportate a causa del sinistro stradale, sia nella infezione determinata dall’ascesso cerebrale che ha richiesto l’asportazione chirurgica per omessa tempestiva somministrazione della terapia antibiotica. L’elemento diacronico delle condotte materiali imputabili, rispettivamente, alla conducente dell’auto investitrice ed al medico chirurgo dipendente della USL, non incide sulla unitarietà della fattispecie concreta, medesimo essendo l’evento dannoso prodotto dalle diverse condotte integranti distinte responsabilità extracontrattuale e contrattuale (dell’ente pubblico e da contatto sociale del medico operante).

Inconferente, ai fini della asserita violazione dell’ art. 2055 c.c., appare la evocazione da parte della ricorrente della nozione di danno da “perdita di chances” sull’assunto che la condotta omissiva medica avrebbe determinato soltanto “la possibilità astratta di ridurre le conseguenze legate all’ascesso” qualora l’ascesso fosse stato precocemente rilevato con la TAC e non fosse stata interrotta la terapia antibiotica nell’immediato post-operatorio: secondo la ricorrente la perdita percentuale delle probabilità di guarigione costituirebbe un evento di danno “autonomo” – e quindi rispondente ad una serie causale diversa – rispetto ai postumi invalidanti accertati.

Premesso che nella specie il danno è stato identificato nelle crisi epilettiche a distanza, in quanto rischio specifico della lesione cerebrale e dell’ascesso non tempestivamente rilevato e trattato farmacologicamente e quindi rimosso con asportazione chirurgica, appare del tutto evidente come la ricorrente venga a sovrapporre alla problematica concernente la individuazione dell'”evento-danno” quella invece attinente alla individuazione del criterio logico di verifica del nesso di causalità materiale, laddove la probabilità positiva o negativa del conseguimento del risultato idoneo ad evitare il rischio specifico di danno che viene riconosciuta alla condotta omessa, altro non è che la modalità in cui opera il criterio inferenziale che – in mancanza di copertura di una legge scientifica o generale – il Giudice deve utilizzare per pervenire all’enunciato “controfattuale”, ponendo al posto dell’omissione il comportamento alternativo dovuto, onde verificare se la condotta doverosa avrebbe assicurato apprezzabili probabilità di evitare (o, comunque, di ridurre significativamente) il danno (cfr. Corte Cass. n. 21894/2004; n. 15709/2011), come detto da rinvenirsi nella complicanza delle crisi epilettiche focali.

Non viene quindi in questione un “danno-possibilità”, diverso dal “danno-reale” alla salute, ma quello che la ricorrente indica come perdita di chance, non si identifica affatto con il danno (emergente) consistente nel venire meno di una utilità/vantaggio già presente nel “patrimonio” del danneggiato; è piuttosto il risultato della verifica (in base al criterio del “più probabile che non”) della efficienza causale della condotta a produrre un evento-danno (nella specie secondo un procedimento causale inverso: trattandosi di omessa condotta) che è ad essa esterno e consiste nel peggioramento delle condizioni di salute del danneggiato. Unico tale evento danno, in quanto eziologicamente riconducibile anche alla condotta illecita della F., va ravvisato il concorso causale dei distinti fattori umani determinativi del medesimo fatto dannoso, che integra la responsabilità solidale prevista dall’art. 2055 c.c., comma 1 (cfr. Corte Cass. sez. 1, sentenza n. 15687/2013).

1.4 Il quarto motivo è fondato.

Con sentenza in data 14.9.2011 la Corte d’appello di Firenze, non definitivamente pronunciando, dopo aver evidenziato in motivazione che in relazione alla somma liquidata dal primo giudice per danno biologico, morale e spese mediche “…(si rammenta che sul punto del quantum complessivo di tali voci di danno non vi sono state impugnazioni)…”, statuiva che “fermo il quantum complessivo liquidato dal I giudice in via capitale per danno biologico, danno morale e spese, pari a 345.203 Euro” il L. aveva diritto al 100% del danno indicato, oltre che dell’eventuale danno da lucro cessante, qualora accertato nel prosieguo del giudizio (“…tuttora sub judice…”), in quanto rimaneva escluso un concorso di colpa del danneggiato ex art. 1227 c.c., comma 1 (cfr. sentenza non definitiva trascritta alle pag. 20-33 del ricorso principale).

Nella decisione definitiva n. 1553/2014 impugnata per cassazione, la Corte d’appello di Firenze, accertata la concorrente responsabilità nella determinazione del danno patito dal L. ha ritenuto di non modificare il “quantum” risarcitorio liquidato dal primo giudice (sulla scorta della c.t.u. R. che aveva valutato i postumi riconoscendo una invalidità permanente nella misura del 35-40%) motivando “….che, stante la carenza di impugnazione sul punto, come già rimarcato nella sentenza (definitiva e) non definitiva n. 1112 del 7-7/14-9-2011, compete al L. il 100%…della somma complessiva liquidata dal 1^ giudice in via capitale per danno biologico, danno morale e spese, pari a 345.203,00 Euro”. La laconica motivazione non consente di evincere se la locuzione “stante la carenza di impugnazione sul punto” debba riferirsi alla decisione di prime cure ovvero alla sentenza di appello non definitiva (la quale, a sua volta, già conteneva un analogo rilievo: “si rammenta che, sul punto del quantum complessivo di tali voci di danno, non vi sono state impugnazioni” – cfr. sentenza non definitiva, riportata integralmente a pag. 20-33 ricorso Gestione Liq., in particolare, pag. 31-).

Tuttavia in entrambi i casi è patente la violazione dell’art. 2909 c.c., avendo la Corte d’appello esteso la efficacia di giudicato interno sul “quantum”, oltre che alla F. e ad AURORA Ass.ni s.p.a., anche alla Gestione Liquidatoria nonchè ad UNIPOLSAI Ass.ni s.p.a. ed agli eredi di L.R.F. (i quali entrambi hanno proposto analogo motivo di ricorso per cassazione), non considerando che tali parti processuali non erano legittimate – e dunque onerate – ad impugnare le statuizioni sia della decisione di prime cure che della sentenza di appello non definitiva.

E’ appena il caso di rilevare che la decisione di primo grado aveva rigettato la domanda di condanna al risarcimento danni da malpractice medica, avendo ritenuto esente da errori la prestazione professionale del sanitario “sia prima, durante e dopo l’intervento” e corretta la scelta di trattare chirurgicamente il focolaio contusivo frontale, ed aveva quindi ritenuto assorbito l’esame della domanda condizionata, fondata sul rapporto assicurativo, proposta da Gestione Liquidatoria della USL (OMISSIS) Firenze nei confronti di Fondiaria Ass.ni s.p.a. (attuale UNIPOLSAI Ass.ni s.p.a.). Ne segue che L.R.F. e l’ente pubblico in quanto totalmente vittoriosi nel merito non erano legittimati per difetto di interesse – insussistendo la condizione di soccombenza – ad impugnare con appello principale od incidentale la statuizione della sentenza di prime cure che accertava il “quantum debeatur”, unici legittimati alla impugnazione essendo la F. e la AURORA Ass.ni s.p.a. nei confronti dei quali soltanto era stata accertata la responsabilità da illecito e pronunciata condanna al risarcimento del danno, nonchè il L. in relazione al mancato accoglimento delle domande proposte nei confronti delle altre parti ed alla – ritenuta – non satisfattiva liquidazione del danno.

Va condiviso, pertanto, il rilievo della Gestione Liquidatoria USL secondo cui deve escludersi la formazione di un giudicato interno nei suoi confronti per difetto di interesse alla impugnazione della statuizione sul “quantum” del Giudice di prime cure, essendo tale parte risultata totalmente vittoriosa in tale grado sull’ “an debeatur”.

Occorre considerare al proposito che – come è dato evincere anche dalla disposizione dell’art. 278 cpc, che detta un ordine gerarchico di trattazione delle questioni ove oggetto di verifica separata – l’accertamento della responsabilità da illecito e l’accertamento del danno-conseguenza sono posti in relazione di pregiudizialità logico-giuridica, costituendo il secondo un capo della sentenza “dipendente” dal primo ex art 336 cpc, tale per cui l’accertamento negativo dell’ “an”, rende insuscettibile di autonomo passaggio in giudicato l’accertamento sul “quantum” (cfr. Corte Cass. n. 3898/1981).

Per la medesima ragione, l’accertamento della responsabilità, ove non impugnato dal soccombente, determina il giudicato sul punto, anche nel caso in cui il responsabile sia risultato in tutto od in parte vittorioso in punto di liquidazione delle voci di danno risarcibili: Corte Cass. n. 13401/2004).

Ma la censura di violazione dell’art. 2909 c.c., coglie nel segno anche se la statuizione della sentenza definitiva impugnata per cassazione, dovesse intendersi riferita (“…stante la carenza di impugnazioni sul punto…”) alla omessa impugnazione immediata, ovvero alla mancata tempestiva formulazione della riserva di impugnazione differita, ex art. 340 c.p.c., della sentenza di appello non definitiva n. 1112/2011.

La tesi sostenuta dal controricorrente L., secondo cui la posizione processuale (vittoriosa o soccombente) assunta dalle parti all’esito del giudizio di primo grado dovrebbe ritenersi venuta “automaticamente” meno a seguito della introduzione del secondo grado, avendo posto in discussione l’appello principale del L. la questione relativa all’ “an” della responsabilità del medico e della Gestione Liquidatoria USL nonchè quella relativa al concorso del danneggiato ex art. 1227 c.c., comma 1, ed alla esatta determinazione del danno-conseguenza (nella specie in relazione al mancato riconoscimento del danno da lucro cessante ed alla decorrenza degli interessi compensativi dalla data dell’illecito, anzichè dalla data della sentenza come statuito dal Giudice di prime cure), ed altresì avendo la appellata Gestione Liquidatoria USL (ed analogamente UNIPOLSAI Ass.ni s.p.a.) controdedotto nella comparsa di costituzione e risposta oltre che sul tema della responsabilità professionale anche sul “quantum” (sia pure, per quanto concerne Gestione Liquidatoria USL, limitatamente alla decorrenza degli interessi compensativi), non trova alcun fondamento giuridico nell’ordinamento processuale, posto che la nozione di soccombenza, che determina l’interesse ex art. 100 cpc, ad impugnare, deve essere sempre ed esclusivamente relazionata all’accoglimento od al rigetto delle domande ed eccezioni proposte dalle parti, sicchè nel processo di appello l’interesse ad impugnare la sentenza non definitiva non può che essere riferito alla statuizione che decide sull’oggetto (domanda od eccezione) che costituisce “thema controversum” tra le parti.

Orbene la questione inerente al “quantum”, decisa con la sentenza non definitiva n. 1112/2011, investiva una statuizione della decisione di prime cure “dipendente” da quella che aveva accertato la concorsuale responsabilità del danno in capo allo stesso danneggiato alla F., e dunque riverberava esclusivamente sulla posizione delle parti (tale essendo anche AURORA Ass.ni s.p.a., quale obbligata in solido con la propria assicurata) di tale rapporto obbligatorio avente titolo nell’illecito extracontrattaule, rimanendo immutata invece la posizione di parte totalmente vittoriosa in primo grado della Gestione Liquidatoria USL, nonchè del medico L.R.F., relativamente al distinto rapporto obbligatorio ex contractu inerente la prestazione sanitaria, e di riflesso anche la posizione di Fondiaria Ass.ni s.p.a. relativamente all’ulteriore diverso rapporto contrattuale di garanzia impropria – dipendente dall’accertamento della responsabilità professionale medica – concernente la domanda di manleva condizionata formulata da Gestione Liquidatoria USL e rimasta assorbita nella pronuncia di primo grado.

Ne segue che la pronuncia non definitiva della Corte d’appello, che ha escluso il concorso del danneggiato e conseguentemente affermato che allo stesso spettava il 100% del risarcimento liquidato, era inidonea a spiegare “attualmente” alcuna efficacia pregiudizievole nei confronti delle parti diverse dalla responsabile del sinistro stradale e della sua società assicuratrice della RCA, in quanto, non essendo stata modificata la statuizione del giudice di prime cure che aveva escluso qualsiasi obbligo risarcitorio in capo al medico, non poteva determinare nei confronti di quest’ultimo, così come nei confronti della Gestione Liquidatoria USL e della società assicuratrice della responsabilità civile dell’ente pubblico, Fondiaria Ass.ni s.p.a., alcuna attuale soccombenza, atteso che l’interesse ad impugnare la liquidazione del “quantum debeatur” rilevante “inter alios”, in quanto inerente il diverso rapporto obbligatorio tra il L. ed i coobbligati solidali F. ed AURORA Ass.ni s.p.a. – non poteva ritenersi insorto per le altre parti processuali in difetto di accertamento della condotta illecita – inadempimento contrattuale – integrante il fatto costitutivo della pretesa risarcitoria, nè potendosi, peraltro, configurare un “interesse meramente astratto” ad impugnare la statuizione sulla entità del risarcimento del danno, venendosi in tal caso a gravare la parte di un onere di impugnazione “sub condicione” del successivo “eventuale” accertamento della responsabilità professionale del medico.

La figura dell’interesse “inattuale” ad agire non è, infatti, contemplata dall’ordinamento processuale (art. 100 cpc), come emerge inequivocamente anche dall’art. 340 cpc, che attribuisce alla “parte soccombente”, non la scelta se impugnare o meno la statuizione sfavorevole della sentenza non definitiva (nella specie ascrivibile alla categoria di cui all’art. 279 cpc, comma 2, n. 4), ma esclusivamente la scelta – dettata eminentemente da ragioni di economia dei mezzi processuali – della modalità di impugnazione di tale statuizione unitamente alle altre della sentenza definitiva, risultando quindi inequivocabile che il presupposto della legittimazione alla impugnazione e cioè l'”interesse ad impugnare” determinato dalla soccombenza, deve già sussistere attualmente al momento della pronuncia non definitiva.

  1. 2. Ricorso incidentale autonomo proposto da UNIPOL-SAI Assicurazioni s.p.a. (già Fondiaria SAI s.p.a.).

Primo motivo: nullità della sentenza ed inammissibilità/nullità della domanda di garanzia dell’assicurato (violazione artt. 333, 343 e 346 cpc).

Secondo motivo: illegittima estensione del contenuto della polizza RC medica (violazione artt. 1882, 1905 e 1917 c.c.).

Terzo motivo: errata individuazione del giudicato interno sul danno (violazione art. 2909 c.c., art. 100 c.p.c., art. 105 cpc, comma 2, art. 324 cpc, art. 329 cpc, comma 1, artt. 343, 360, 361 cpc).

Quarto motivo: mancata decurtazione della somma di Euro 172.564,43 pagata al danneggiato L.M. (violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato ex art. 112 cpc).

2.1 Il primo motivo, volto a denunciare l'”error in procedendo” della Corte d’appello per avere qualificato – nella comparsa di risposta in secondo grado di Gestione Liquidatoria USL (OMISSIS) Firenze – come appello incidentale condizionato la mera “riproposizione” della domanda di adempimento del contratto assicurativo formulata nei confronti di Fondiaria Assicurazioni s.p.a., è infondato alla stregua del principio di diritto enunciato da questa Corte Sez. U, Sentenza n. 7700 del 19/04/2016 secondo cui, in caso di rigetto della domanda principale e conseguente omessa pronuncia sulla domanda di garanzia condizionata all’accoglimento, la devoluzione di quest’ultima al giudice investito dell’appello sulla domanda principale non richiede la proposizione di appello incidentale, essendo sufficiente la riproposizione della domanda ai sensi dell’art. 346 cpc.

Il denunciato errore qualificatorio del mezzo attraverso il quale la domanda di garanzia impropria è stata devoluta al Giudice di appello è, pertanto, del tutto irrilevante.

Nella specie la Gestione Liquidatoria USL, convenuta in giudizio in primo grado, era rimasta totalmente vittoriosa nel merito, avendo il Tribunale rigettato la domanda risarcitoria proposta dal L. nei confronti del medico e della struttura sanitaria pubblica, senza quindi avere esaminato la domanda di garanzia impropria proposta dalla Gestione Liquidatoria USL nei confronti del proprio assicuratore della responsabilità civile, Fondiaria Assicurazioni s.p.a. (attuale UNIPOLSAI Ass.ni s.p.a.). Ne segue che, non essendo in alcun modo la Gestione Liquidatoria legittimata – in quanto totalmente vittoriosa e priva di interesse – a richiedere una modifica delle statuizioni della sentenza di prime cure, in quanto non avrebbe potuto conseguire in ordine al rapporto controverso un risultato utile maggiore di quello già ottenuto, l’ente pubblico non doveva proporre alcuna impugnazione incidentale, ma era onerato soltanto a “riproporre” le domande ed eccezioni sulle quali il Giudice di merito aveva omesso di pronunciare ritenendole assorbite nella statuizione di rigetto della pretesa risarcitoria.

2.2 Il secondo motivo con il quale la società assicuratrice contesta di essere tenuta a garantire la Gestione Liquidatoria USL in relazione a tutti i danni risarciti al L., inclusi quelli cagionati dalla responsabile del sinistro stradale, in quanto il rischio coperto dalla polizza assicurativa concerne la sola responsabilità civile medica, è manifestamente infondato.

La Corte territoriale ha accertato il concorso causale della condotta illecita extracontrattuale della conducente dell’auto investitrice e della condotta omissiva integrante inadempimento della prestazione contrattuale medica, nella produzione dell’evento lesivo della salute del L., ricostruzione fattuale che fondava la responsabilità solidale di tali soggetti, ai sensi dell’art. 2055 c.c., comma 1, tenuti, collettivamente e singolarmente, a rifondere l’intero danno patito dal soggetto danneggiato.

Conseguentemente la unicità del “danno alla salute” derivato dal concorso causale non richiedeva alcuna scissione tra le voci di danno da imputare all’una od all’altra condotta umana, in relazione al diverso oggetto della assicurazione della RCA e della assicurazione della RC medica, avendo la Corte d’appello correttamente condannato alla rifusione diretta dei danni anche la AURORA Assicurazioni s.p.a., stante la speciale azione diretta accordata al danneggiato dalla l. n. 990/1969, applicabile ratione temporis, ed invece condannato Fondiaria Assicurazioni s.p.a. a rivalere – nei limiti del massimale di polizza – il proprio assicurato, Gestione Liquidatoria USL, delle somme che questa era stata condannata a corrispondere a titolo risarcitorio al L..

La decisione impugnata va esente da censura in quanto conforme alla giurisprudenza di questa Corte che ha affermato il principio secondo cui, in tema di assicurazione della responsabilità civile, nel caso in cui l’assicurato sia responsabile in solido con altro soggetto, l’obbligo indennitario dell’assicuratore nei confronti dell’assicurato non è riferibile alla sola quota di responsabilità dell’assicurato operante ai fini della ripartizione della responsabilità tra i condebitori solidali, ma si estende potenzialmente a tutto quanto l’assicurato deve pagare al terzo danneggiato nei limiti del massimale, atteso che una diversa interpretazione contrasterebbe con il tenore letterale dell’art. 1917 c.c. e priverebbe di concreta tutela l’assicurato rispetto alla quota di responsabilità posta a carico del condebitore solidale, nel caso in cui quest’ultimo sia insolvibile o di difficile solvibilità, ferma restando la surroga dell’assicuratore, ex art. 1203 c.c., n. 3, nel diritto di regresso dell’assicurato nei confronti del corresponsabile, obbligato solidale (Corte Cass. sez. L, sentenza n. 8686/2012; n. 20322/2012).

2.3 Il terzo motivo, concernente la critica rivolta alla sentenza di appello per aver “inventato a sorpresa” un giudicato interno, efficace nei confronti anche di Fondiaria Ass.ni s.p.a. (attuale UNIPOLSAI Ass.ni s.p.a.), relativo alla determinazione del “quantum debeatur” così come liquidato dal primo Giudice e confermato dalla Corte d’appello deve ritenersi fondato, alla stregua delle medesime considerazioni in diritto svolte nell’esame del quarto motivo del ricorso principale.

2.4 Il quarto motivo con il quale si denuncia la nullità della sentenza impugnata per violazione ex art. 112 cpc, del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, in quanto la Corte territoriale aveva condannato i responsabili a risarcire in solido l’intero danno, liquidato in complessivi Euro 345.203,00 oltre interessi legali, senza detrarre l’acconto di Euro 172.564,43 già erogato al danneggiato da AURORA Ass.ni s.p.a., sebbene il L. avesse dato espressamente atto nell’atto di appello principale di aver ricevuto detta somma, indipendentemente dalla qualificazione di mera dimenticanza integrante errore materiale (emergendo il pagamento anche dalla stessa sentenza non definitiva n. 1112/2011), deve dichiararsi assorbito in relazione all’accoglimento del precedente motivo, dovendo provvedere il Giudice di appello, in sede di giudizio di rinvio, ad emendare anche tale omissione.

  1. 3. Ricorso incidentale autonomo proposto da L.R.E. ed Ma.An. n.q. eredi di L.R.F..

Inammissibile e comunque infondata è la eccezione, formulata dal L. e da Gestione Liquidatoria USL, nei rispettivi controricorsi, di nullità della notifica del ricorso incidentale autonomo degli eredi L.R. ad UNIPOL Ass.ni s.p.a. in quanto invalidamente effettuata presso il domicilio ed a mani dell’avv. …. (difensore di L.) e non invece presso il domicilio ed a mani dell’avv. …. difensore della società assicurativa. Ed infatti: a) il L. non è legittimato a dolersi – non ricevendo alcun pregiudizio – della invalida instaurazione di un rapporto processuale – tra eredi L.R. e società assicurativa della responsabilità civile della Gestione Liquidatoria USL – al quale egli è del tutto estraneo; b) il rapporto processuale sul quale la Corte è chiamata a pronunciare e che investe direttamente UNIPOLSAI s.p.a. è esclusivamente quello di garanzia impropria tra la società assicurativa ed il proprio assicurato Gestione Liquidatoria USL, e tale rapporto è stato regolarmente instaurato; c) gli eredi L.R. sono estrani al predetto rapporto di garanzia impropria e non rivestono una posizione processuale in conflitto con la società assicurativa della responsabilità civile dell’ente pubblico, dunque del tutto irrilevante deve ritenersi la mancata notifica del ricorso incidentale autonomo degli eredi L.R. alla società assicurativa.

Manifestamente infondata è la eccezione – proposta nel controricorso da Gestione Liquidatoria USL – di nullità della notifica del ricorso incidentale autonomo L.R. allo stesso ente pubblico, in quanto eseguita in …. presso lo studio di tale avv. ….., anzichè in …. presso l’avv. ….. domiciliatario e difensore in grado di appello, ovvero – come risultante dalla procura speciale rilasciata nel ricorso principale per cassazione – in …. presso lo studio dell’avv. ….. Il vizio di nullità della notifica deve, infatti, ritenersi sanato avendo avuto comunque conoscenza la Gestione Liquidatoria USL dell’atto notificatole, al quale ha potuto controdedurre con il proprio controricorso.

Primo motivo: nullità della sentenza impugnata per omessa rilevazione del vizio di nullità della notifica dell’atto di citazione in appello proposto dal L. nei confronti degli eredi “collettivamente ed impersonalmente” (violazione artt. 101 e 330 cpc).

Secondo motivo: nullità della sentenza impugnata per errata estensione della efficacia del giudicato relativo alla liquidazione del danno (violazione art. 100 cpc, art. 101 cpc, comma 1; art. 2909 c.c.).

Terzo motivo: errata estensione della responsabilità solidale anche a L.R.F. (violazione e falsa applicazione artt. 2043 e 2055 c.c.).

Quarto motivo: violazione e falsa applicazione artt. 40 e 41 cp, degli artt. 1218, 1223 e 2697 c.c. (critica alle risultanze della c.t.u. collegiale).

3.1 Il primo motivo non ha pregio.

E’ stato affermato da questa Corte 4.7.2007 n. 51231, e quindi definitivamente statuito dalle SS.UU. Sentenza n. 14699 del 18/06/2010, che l’art. 330 cpc, comma 2, non individua una forma vincolata di notifica della impugnazione, ma una forma soltanto aggiuntiva (in quanto presuppone la notifica della sentenza eseguita a cura della parte successivamente deceduta) rispetto alla generale previsione della notifica della impugnazione agli eredi impersonalmente e collettivamente che trova una corrispondente “ratio legis” nell’art. 328 cpc, comma 2 (oltre che nell’art. 286, comma 1, che richiama l’art. 303 cpc, comma 2), disposizione che – nel caso in cui si verifichi il decesso della parte destinataria della notifica della sentenza nelle more del termine breve di impugnazione e questo debba intendersi quindi interrotto – prevede la (facoltà di) rinnovazione della notifica della sentenza “agli eredi, collettivamente ed impersonalmente, nell’ultimo domicilio del defunto”. E’ stato, infatti, osservato che “le due previsioni dell’art. 286 cpc e art. 328 c.p.c., comma 2, per un’evidente esigenza di parità di trattamento fra chi vuole provocare il decorso del termine breve di impugnazione attraverso la notificazione della sentenza e chi deve esercitare l’impugnazione, implicano che la regola della possibilità della notificazione agli eredi collettivamente ed impersonalmente debba valere anche per chi esercita il diritto di impugnazione se è giustificata la grave conseguenza del decorso del termine breve e, quindi, del possibile passaggio in giudicato della sentenza per effetto di una notifica impersonale e collettiva, purchè effettuata in quel luogo, altrettanto giustificato è che, proprio per evitare quella conseguenza, il diritto di impugnazione possa essere esercitato verso gli eredi impersonalmente e collettivamente”. Tale disciplina consente di pervenire ad un equilibrato bilanciamento tra l’interesse dell’impugnante ad evitare lunghe e laboriose ricerche degli eredi della parte deceduta, e l’interesse degli eredi di venire a conoscenza della esistenza del giudizio nel quale era stato parte il dante causa (“l’individuazione del luogo di notifica nell’ultimo domicilio del defunto – che coincide con il luogo di apertura della successione – fornisce adeguata assicurazione in ordine alla probabilità che gli eredi vengano a conoscenza della proposta impugnazione”).

La questione sollevata dalle ricorrenti incidentali è venuta peraltro a perdere rilevanza dopo l’arresto delle SS.UU. di questa Corte, Sentenza n. 15295 del 04/07/2014 che, in assenza delle forme di conoscenza legale dell’evento interruttivo (per la parte costituita: dichiarato dal procuratore in udienza ovvero comunicato dal procuratore mediante notifica alle altre parti; per la parte dichiarata contumace: documentato dall’altra parte – a seguito della modifica introdotta dalla l. n. 69/2009, art. 46, comma 13, o notificato ovvero ancora risultante dalla relata di notifica negativa dell’Ufficiale giudiziario: art. 300 cpc) e salvo che si costituiscano gli eredi della parte defunta o il rappresentante legale di quella divenuta incapace, la regola dell’ultrattività del mandato alla lite, fa sì che il difensore continui a rappresentare la parte come se l’evento stesso non si fosse verificato, con la conseguenza che è ammissibile la notificazione dell’impugnazione presso di lui, ai sensi dell’art. 330 cpc, comma 1, senza che rilevi la conoscenza “aliunde” di uno degli eventi previsti dall’art. 299 cpc, da parte del notificante.

Orbene alla stregua dei principi enunciati dalle Sezioni Unite di questa Corte deve ritenersi che il giudizio di impugnazione in grado di appello – in assenza della notifica della sentenza di primo grado effettuata dalla parte successivamente deceduta ed altresì di dichiarazioni o notificazioni dell’evento interruttivo da parte del procuratore della parte deceduta, che era regolarmente costituita in primo grado – sia stato ritualmente introdotto dal L. con atto di citazione notificato sia a L.R.F. domiciliato in ….. presso lo studio dell’avv. …..(in applicazione del principio di ultrattività del mandato ad litem), sia – ad abundantiam – agli “eredi impersonalmente e collettivamente” presso l’ultimo domicilio del defunto in ….. (in applicazione del principio generale che individua nell’ultimo domicilio il luogo di notifica della impugnazione desunto dall’art. 328 cpc, comma 2, in caso di decesso della parte destinataria durante il termine per impugnare).

3.2 Il secondo motivo, con il quale si deduce la violazione dell’art. 2909 c.c., avendo ritenuto la Corte territoriale estensibile anche agli eredi L.R. il giudicato interno – formatosi “per omessa impugnazione” – sulla liquidazione del danno risarcibile, è fondato alla stregua delle medesime argomentazioni in diritto svolte nell’esame del quarto motivo del ricorso principale che debbono intendersi integralmente richiamate.

3.3 Il terzo motivo, con il quale si contesta il vizio di sussunzione per violazione dell’art. 2055 c.c., comma 1, è infondato.

Le ricorrenti infatti vengono a frazionare l’evento dannoso (esposizione del danneggiato a crisi epilettiche a distanza dal trauma) conseguito – secondo la ricostruzione della fattispecie concreta operata dal Giudice di appello – alle concorrenti condotte illecite, di natura extracontrattuale e contrattuale, poste in essere dalla conducente dell’auto investitrice e dal medico dipendente della USL, ritenendo di “anticipare” il danno derivante dalla condotta omissiva diagnostica e terapeutica ascritta al medico alla “perdita della possibilità” di risolvere la patologia o ridurne gli effetti pregiudizievoli, configurata come “perdita di chances” e dunque non come danno biologico. Si viene cioè a distinguere tra danno individuato nella mancata realizzazione del risultato programmato e danno invece individuato nella perdita della possibilità di realizzare il risultato programmato. Se ne trae la conclusione che: a) vertendosi in tema di danni ontologicamente distinti, e non avendo il L. richiesto il risarcimento del danno da perdita di chances, il Giudice di appello non avrebbe potuto liquidarlo; b) essendo diversi i “fatti lesivi” determinati dalla serie causale imputabile all’azione della conducente del veicolo e dalla autonoma- serie causale dell’inadempimento contrattuale del medico, non poteva trovare applicazione il principio della responsabilità solidale ex art. 2055 c.c., comma 1.

Il motivo è incentrato sul duplice fallace presupposto:

della inesatta individuazione dell’evento lesivo: la Corte d’appello, motivando per relationem alla CTU collegiale svolta in secondo grado ha accertato che la complicanza delle crisi epilettiche focali a distanza, va riconosciuta al processo eziologico generato sia dal tipo di lesioni cerebrali dovute al trauma da sinistro stradale, sia alla formazione e diffusione dell’ascesso (successivamente rimosso mediante asportazione chirurgica), venendo ad attribuire, quanto alla capacità concausale dell’ascesso, un contributo determinante alla condotta omissiva del medico, in applicazione del principio “causa causae est causa causati”, essendosi ritenuta raggiunta la prova che la tempestiva rilevazione dell’insorgenza dell’ascesso avrebbe consentito, con elevato grado di probabilità, di risolvere la infezione attraverso la adeguata terapia antibiotica impedendo in tal modo all’ascesso di concorrere alla produzione del danno-crisi epilettica; mentre il ritardo diagnostico e terapeutico (non avendo sortito alcun effetto la tardiva chemioterapia con infusione antibiotica mediante catetere) aveva reso cogente la scelte terapeutica di rimozione chirurgica dell’ascesso mediante craniotomia, cui statisticamente conseguiva il danno da crisi epilettica a distanza nel 90% dei casi registrati. Il “danno evento” è dunque la crisi epilettica (peggioramento della condizione di salute del paziente) e non la mera possibilità di debellarla l’accertamento della Corte territoriale opera sul piano della verifica della causalità materiale inversa, dovendo ricostruirsi per via logica-probabilistica una serie causale che non si è verificata “in rerum natura”, dovendo quindi prevedersi in via ipotetica, alla stregua della legge scientifica o generale di copertura, o se indisponibili, in base al criterio di elevata certezza probabilistica, l’evento che avrebbe dovuto attendersi “come se” fosse stata realmente posta in essere la condotta omessa: il giudizio controfattuale si svolge sul piano della sequenza causa-effetto (causalità normativa che sostituisce la impossibile causalità materiale) e non coincide con l’accertamento del danno da “perdita di chances”, che costituisce anch’esso soltanto un danno-conseguenza e risponde ai criteri ex art. 1223 c.c. della causalità giuridica.

3.4 Il quarto motivo con il quale si contesta sia l’accertamento relativo al nesso di causalità materiale, con violazione degli artt. 40 e 41 cp, sia l’accertamento del nesso di causalità giuridica per violazione dell’art. 1233 c.c., deve ritenersi inammissibile.

Le ricorrenti intendono sottoporre a nuova inammissibile revisione le conclusioni di merito raggiunte dal Giudice di appello, ritenendo inadeguate le risultanze peritali a raggiungere la prova tanto del nesso causale materiale quanto del danno-conseguenza.

Tuttavia, quanto al primo aspetto, valgono le considerazioni svolte nell’esame del precedente motivo; quanto al secondo aspetto deve ritenersi inferente il mero richiamo alla affermazione dei CC.TT.UU. contenuta nella “relazione integrativa” depositata il 4.12.2013 (riportata a pag. 34 del ricorso incidentale), atteso che i consulenti nell’indicare il grado percentuale di incidenza sui postumi della concausa individuata nella condotta omissiva medica, si limitano a rimarcare la estrema difficoltà – dato anche il tempo trascorso, i plurimi trattamenti chirurgici eseguiti, la severità delle lesioni riportate a seguito del trauma originario – di una esatta ripartizione del limite “tra postumi che si sarebbero presentati comunque a causa del trauma e postumi riconducibili ad un maggior danno…”, ma non escludono affatto ed anzi ribadiscono il contributo di efficienza causale da riconoscersi alla condotta omissiva del medico.

  1. 4. In conclusione il ricorso principale Gestione Liquidatoria USL (OMISSIS) Firenze deve essere accolto in relazione al quarto motivo, inammissibili i motivi primo e secondo, infondato il terzo; il ricorso incidentale UNIPOLSAI Ass.ni s.p.a. deve essere accolto in relazione al terzo motivo, infondati i motivi primo e secondo, dichiarato assorbito il quarto; il ricorso incidentale eredi L.R. va accolto in relazione al secondo motivo, infondati i motivi primo e terzo, inammissibile il quarto; la sentenza impugnata va cassata in relazione ai motivi accolti con rinvio della causa avanti la Corte d’appello di Firenze, in diversa composizione, che procederà a nuovo esame, in ordine alla liquidazione del danno patito dal L., nei confronti degli eredi L.R. e della Gestione Liquidatoria USL (OMISSIS) Firenze ed in ordine alla conseguente determinazione della prestazione dovuta da UNIPOLSAI Ass.ni s.p.a. in adempimento del contratto di assicurazione della responsabilità civile, provvedendo all’esito a regolare le spese anche del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie: a) il ricorso principale Gestione Liquidatoria USL (OMISSIS) Firenze in relazione al quarto motivo, inammissibili i motivi primo e secondo, infondato il terzo; b) il ricorso incidentale UNIPOLSAI Ass.ni s.p.a. in relazione al terzo motivo, infondati i motivi primo e secondo, dichiarato assorbito il quarto; c) il ricorso incidentale eredi L.R. in relazione al secondo motivo, infondati i motivi primo e terzo, inammissibile il quarto; cassa la sentenza in relazione ai motivi accolti; rinvia alla Corte di appello di Firenze in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 17 ottobre 2017.

Depositato in Cancelleria il 30 novembre 2017

 

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Marina Crisafi

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