LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo                         – Presidente   –

Dott. DI FLORIO Antonella                       – Consigliere –

Dott. SESTINI   Danilo                           – Consigliere –

Dott. GIANNITI   Pasquale                         – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto                     – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al numero 762 del ruolo generale dell’anno 2014 proposto da:             I.V., (C.F.: (OMISSIS)).           F.S. (C.F.: (OMISSIS)), rappresentate e difese, giusta procura a margine del ricorso, dagli avvocati …… – ricorrenti – nei confronti di: A.S.U.R. – AZIENDA SANITARIA UNICA REGIONALE MARCHE (P.I.: (OMISSIS)), in persona del Direttore Generale, legale rappresentante pro tempore rappresentato e difeso, giusta procura in calce alla copia notificata del ricorso, dall’avvocato ……; – controricorrente – per la cassazione della sentenza della Corte d’Appello di Ancona n. 396/2013, depositata in data 13 maggio 2013 (e notificata in data 30 ottobre 2013); udita la relazione sulla causa svolta alla Camera di consiglio del 5 dicembre 2017 dal Consigliere Dott. Augusto Tatangelo.

FATTI DI CAUSA


I.V. e F.S. hanno agito in giudizio nei confronti della ASL n. (OMISSIS) di Fano per ottenere il risarcimento dei danni derivanti dalla perdita del congiunto F.F., ricoverato presso l’Ospedale di (OMISSIS) ed ivi deceduto nel (OMISSIS), a loro dire in conseguenza di trattamenti sanitari inadeguati.

La domanda è stata rigettata dal Tribunale di Pesaro – Sezione distaccata di Fano, con condanna delle attrici al pagamento delle spese di lite.

La Corte di Appello di Ancona ha confermato nel merito la decisione di primo grado, ma, in parziale riforma della stessa, ha disposto la compensazione della spese processuali.

Ricorrono la I. e la F., sulla base di quattro motivi. Resiste con controricorso l’ASUR Marche, subentrata nelle posizioni soggettive della ASL di Fano.

Il ricorso è stato trattato in Camera di consiglio, in applicazione dell’art. 375 c.p.c. e art. 380-bis c.p.c., comma 1.

Entrambe le parti hanno depositato memorie ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., comma 1.

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Con il primo motivo del ricorso si denunzia “Violazione e falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 2730, 2731, 2735 c.c., in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3” (secondo le ricorrenti “la Corte non riconosce il valore confessorio della relazione sanitaria relativa al decesso del sig. F.F. in data (OMISSIS) a firma del primario Dott. Z.A.”).

Il motivo è infondato.

La corte di appello ha correttamente escluso che la relazione sanitaria del (OMISSIS) relativa al decesso del F. potesse avere valore di confessione stragiudiziale, sia per il suo contenuto oggettivo che per la sua provenienza.

Sotto il primo aspetto ha osservato che in essa era semplicemente riferito – a distanza di un anno dai fatti e senza il supporto di specifiche argomentazioni tecniche – un parere dell’anestesista rianimatrice (Dott.ssa B.) in ordine alla probabile causa del decesso, parere peraltro non conforme alle risultanze della cartella clinica.

Sotto il secondo profilo, ha rilevato che la predetta relazione era sottoscritta dal primario della divisione ortopedica-traumatologica dell’Ospedale di (OMISSIS) (diverso da quello in carica al momento del ricovero e del decesso del F.).

Entrambe le ragioni della decisione, ciascuna autonomamente sufficiente a fondarla, risultano conformi ai principi di diritto in materia enunciati da questa Corte.

Non sono infatti indicati nel ricorso specifici argomenti idonei a superare il rilievo (implicito ma inequivoco, nell’economia della decisione impugnata) per cui la pretesa dichiarazione confessoria non proveniva da soggetto capace di disporre dei diritti oggetto del giudizio, come richiesto dall’art. 2731 c.c. (cfr. in proposito, Cass., sez. 2, sentenza n. 4015/1995, Rv. 491658-01 e 491659-01; Sez. 3, Sentenza n. 3188 del 14/02/2006, Rv. 590609-01; Sez. 2, Sentenza n. 13212 del 06/06/2006, Rv. 589812-01; Sez. L, Sentenza n. 28711 del 03/12/2008, Rv. 605772-01; Sez. 2, Sentenza n. 15538 del 20/06/2013, Rv. 626956-01; Sez. 1, Sentenza n 7135 del 09/04/2015, Rv. 634912-01).

E’ d’altra parte corretta l’interpretazione del contenuto della relazione come indicazione di un semplice parere tecnico sulle cause del decesso, peraltro formulato in termini di mera ipotesi da uno dei medici della struttura sanitaria dove era stata ricoverata la vittima, e non come una esplicita dichiarazione effettuata con la consapevolezza e volontà di riconoscere la verità di un fatto a sè sfavorevole e favorevole all’altra parte (cfr. in proposito Cass. sez. 2, n. 5264/1989, Rv. 464429-01).

Le ulteriori considerazioni espresse nel motivo di ricorso in esame si risolvono poi in una sostanziale richiesta di nuova e diversa valutazione degli elementi probatori già considerati dai giudici di merito.

  1. Con il secondo motivo si denunzia “Violazione e falsa applicazione delle norme di cui all’art. 2043 c.c. e all’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3” (secondo le ricorrenti “La Corte non riconosce che parte ricorrente abbia dato prova del nesso causale tra la TEP e corrispondente omissione del giusto trattamento e la morte di F.F.”).

Con il terzo motivo si denunzia “Violazione del principio giurisprudenziale della c.d. Vicinanza della Prova, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3” (secondo le ricorrenti “la Corte erroneamente individua l’infarto miocardico quale causa di morte ed omette di individuare la TEP quale causa del decesso del sig. F.F. in ragione delle conoscenze e cognizioni tecnico scientifiche in relazione al principio giurisprudenziale della vicinanza della prova. Il provvedimento impugnato ha deciso la presente questione di diritto in modo difforme alla giurisprudenza della Corte di Cassazione”).

Con il quarto motivo si denunzia “Violazione e falsa applicazione del principio di vicinanza della prova in relazione all’onere della prova: art. 2043 c.c. e segg. C.c, art. 2697 c.c., artt. 1218 e 1228 c.c., in relazione all’art. 360 cpc, comma 1, n. 3” (secondo le ricorrenti “La Corte non osserva il principio affermato più volte dalla Corte di Cassazione della cosiddetta “vicinanza della prova”, riguardante – appunto – l’onere probatorio”).

Il secondo, il terzo ed il quarto motivo – che hanno ad oggetto la causa del decesso del F. e la prova del nesso eziologico tra l’omissione dei trattamenti sanitari indicati dagli attori e il decesso stesso – sono connessi e possono essere trattati congiuntamente.

Essi sono infondati.

I giudici di merito hanno ritenuto (cfr. pag. 7 della sentenza), sulla scorta della consulenza tecnica di ufficio fatta espletare in primo grado (nonchè dei chiarimenti richiesti al consulente nel corso del giudizio di secondo grado), che fosse stata “acquisita la prova del nesso causale tra l’inadempimento qualificato indicato dalle attrici (ovvero tra la condotta colposa dedotta dalle stesse) e l’evento dannoso costituito dal decesso di F.F.”, che fosse invece provato, in base alla regola cd. del “più probabile che non”, che il decesso era stato causato da una patologia cardiologica (in relazione alla quale non sussisteva alcuna responsabilità del personale della struttura sanitaria), piuttosto che da una tromboembolia massiva polmonare (TEP) determinata dal mancato trattamento antitrombotico (come dedotto dalle attrici), e che anche se fosse stato posto in essere il suddetto trattamento l’evento si sarebbe verificato ugualmente. Dunque, all’esito della valutazione delle prove, la corte di appello non solo ha rilevato che non era stato dimostrato che il decesso del F. fosse causalmente riconducibile alla condotta dei medici e della struttura sanitaria che lo avevano in cura, ma era addirittura più probabile che esso fosse dovuto ad una diversa e specifica causa del tutto estranea a tale condotta.

Ha fatto altresì presente che, in tale situazione, anche l’eventuale effettuazione dei trattamenti sanitari la cui omissione era stata allegata come causa del decesso non avrebbe consentito di evitarlo.

La ricostruzione del fatto appare corretta e, in quanto sostenuta da motivazione non apparente e priva di intrinseche contraddizioni logiche, essa non è censurabile in sede di legittimità.

Altrettanto corretta è l’applicazione dei principi di diritto in tema di accertamento e prova della condotta colposa e del nesso causale nelle obbligazioni risarcitorie, secondo i quali al danneggiato incombe l’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del danneggiante e l’evento dannoso, onde va esclusa la responsabilità laddove addirittura sia dimostrata in positivo l’insussistenza di tale nesso di causa, principi che possono essere sintetizzati come segue:

“sia nei giudizi di risarcimento del danno derivante da inadempimento contrattuale, sia in quelli di risarcimento del danno da fatto illecito, la condotta colposa del responsabile ed il nesso di causa tra questa ed il danno costituiscono l’oggetto di due accertamenti concettualmente distinti; la sussistenza della prima non dimostra, di per sè, anche la sussistenza del secondo, e viceversa; l’art. 1218 c.c., solleva il creditore della obbligazione che si afferma non adempiuta dall’onere di provare la colpa del debitore inadempiente, ma non dall’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del debitore ed il danno di cui domanda il risarcimento;

nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, è onere dell’attore, paziente danneggiato, dimostrare l’esistenza del nesso causale tra la condotta del medico e il danno di cui chiede il risarcimento; tale onere va assolto dimostrando, con qualsiasi mezzo di prova, che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del “più probabile che non”, la causa del danno; se, al termine dell’istruttoria, non risulti provato il nesso tra condotta ed evento, per essere la causa del danno lamentato dal paziente rimasta assolutamente incerta, la domanda deve essere rigettata” (in tal senso, di recente, Cass., sez. 3, n. 18392/2017, Rv. 645164-01; conf.: Sez. 3, Sentenza n. 26824 del 14/11/2017; Sez. 3, Sentenza n. 26825 del 14/11/2017, non massimate).

Non sussiste in definitiva alcuna violazione, nè dell’art. 2043 c.c., nè dell’art. 1218 c.c., nè dell’art. 1228 c.c., nè dell’art. 2697 c.c. e le censure dei ricorrenti sostanzialmente si risolvono nella contestazione di accertamenti di fatto incensurabilmente svolti dalla corte di appello.

  1. Il ricorso è rigettato.

Le spese del giudizio di legittimità possono essere integralmente compensate tra tutte le parti, sussistendo motivi sufficienti a tal fine, sia in considerazione delle medesime ragioni che hanno determinato la integrale compensazione di quelle del giudizio di merito, sia in considerazione delle oggettive incertezze emerse in ordine ai fatti ed al recente consolidamento nella giurisprudenza di questa Corte dei principi richiamati in motivazione, in tema di accertamento e prova della condotta colposa e del nesso causale nelle obbligazioni risarcitorie.

Dal momento che il ricorso risulta notificato successivamente al termine previsto dalla l. n. 228/2012 art. 1, comma 18, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti di cui al dpr n. 115/2002, art. 13, comma 1-quater, introdotto dalla citata l. n. 228/2012, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte:

– rigetta il ricorso;

– dichiara integralmente compensate le spese del giudizio di legittimità tra le parti.

Ai sensi del Dpr n. 115/2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla l. n. 228/2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 5 dicembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2018

 

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Marina Crisafi

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