LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI AMATO Sergio                           – Presidente   –

Dott. FRASCA   Raffaele                         – Consigliere –

Dott. CIRILLO   Francesco Maria                   – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco                             – Consigliere –

Dott. GUIZZI   Stefano Giaime               – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7616/2015 proposto da:

C.C.,         T.B., elettivamente domiciliati in ….., presso lo studio dell’avvocato …., rappresentati e difesi dall’avvocato …., giusta procura a margine del ricorso; – ricorrenti – contro                  P.A., elettivamente domiciliato in …., presso lo studio dell’avvocato …., che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato … giusta procura a margine del controricorso; – controricorrente – avverso la sentenza n. 2119/2014 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, depositata il 18/09/2015; udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 20/09/2017 dal Consigliere Dott. STEFANO GIAIME GUIZZI.

FATTI DI CAUSA

  1. T.B. e C.C. ricorrono per cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Venezia n. 1914/14, depositata il 18 settembre 2014, che – in parziale accoglimento dell’appello proposto da P.A. avverso la sentenza n. 128/10 del Tribunale di Venezia, sezione distaccata di San Donà di Piave, e in riforma della stessa – ha respinto la loro domanda risarcitoria, volta ad ottenere il ristoro dei danni conseguiti ad infiltrazioni di acqua manifestatesi nel locale adibito a tavernetta di un immobile di loro proprietà, infiltrazioni, a loro dire, da ascrivere alla rottura della cassetta del wc presente nel bagno dell’immobile confinante, di proprietà del P..
  2. Riferiscono, in particolare, in punto di fatto, di aver adito la suddetta sezione distaccata del Tribunale lagunare per conseguire il risarcimento dei danni di cui sopra, convenendo in giudizio il P.. Proposta dal convenuto – per quanto ancora qui di interesse – domanda riconvenzionale (lamentando esso, a propria volta, la presenza di infiltrazioni d’acqua con formazione di muffe in espansione nell’intero seminterrato di sua proprietà), gli odierni ricorrenti venivano autorizzati a chiamare in manleva il proprio assicuratore, società Zurigo Assicurazioni S.A. – Rappresentanza Generale per l’Italia (poi divenuta Zurich Insurance Public Limited Company con Rappresentanza per l’Italia). Quest’ultima, a propria volta, nel costituirsi in giudizio, oltre a richiedere il rigetto della domanda riconvenzionale del P., ne chiedeva la condanna al pagamento in proprio favore – siccome surrogatasi ex art. 1916 c.c., nei diritti dei propri assicurati verso il responsabile – della somma di Euro 5.161,00, già da essa corrisposta agli attori.

Istruita la causa anche attraverso l’assunzione di prova testimoniale, il primo giudice accoglieva la domanda degli attori, condannando il convenuto a pagare agli stessi la somma di Euro 15.000,00, nonchè alla refusione delle spese processuali.

Proposto gravame dal P., per conseguire – oltre al rigetto della domanda attorea – anche l’accoglimento della domanda riconvenzionale, la Corte di Appello di Venezia, in parziale riforma della sentenza impugnata rigettava le domande proposte in primo grado dal T. e dalla C., condannandoli per l’effetto a rifondere all’appellante le somme pagate in esecuzione della sentenza impugnata, oltre interessi legali dalle date di pagamento al saldo, compensando integralmente tra tutte le parti le spese di ambo i gradi di giudizio.

  1. Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso per cassazione il T. e la C., sulla base di tre motivi di ricorso.

3.1. Con il primo motivo i ricorrenti deducono “violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto (art. 2051 c.c) ai sensi dell’art. 360 cpc, n. 3”, atteso che la Corte di Appello non avrebbe fatto corretta applicazione della disciplina in tema di responsabilità da cose in custodia.

In particolare, sul rilievo che “l’art. 2051 c.c., crea un’inversione dell’onere della prova, imponendo al danneggiato di provare il fatto” (ovvero, nella specie, “che la cassetta del wc perdeva acqua”), nonchè “il danno” (qui costituito “dai lavori eseguiti ed i costi sostenuti” per la rimessione in pristino stato del locale tavernetta), mentre il medesimo “non deve, provare il nesso eziologico, incombendo al convenuto provare il caso fortuito”, gli odierni ricorrenti lamentano che la Corte veneziana avrebbe “scorrettamente applicato il principio codicistico”.

3.2. Con i motivi secondo e terzo i ricorrenti deducono, invece, “falsa ed erronea valutazione delle prove ai sensi dell’art. 360 cpc, n. 5”, e ciò sotto due distinti profili.

In particolare, con il secondo motivo di ricorso, si ipotizza che le deposizioni testimoniali convergerebbero nell’indicare nella perdita proveniente dalla cassetta del wc la causa delle lamentate infiltrazioni.

Il terzo motivo di ricorso, invece, si appunta contro l’affermazione della Corte lagunare che, dopo aver posto a confronto, per diverse annualità, i consumi d’acqua della proprietà T. – C. e di quella P., rilevando dati nettamente maggiori per la prima, è pervenuta alla conclusione – previo rilievo che le due proprietà si presentano di dimensioni equivalenti, come le dotazioni idriche, trattandosi in ambo i casi di utenze domestiche – che la riscontrata sproporzione “non appare altrimenti spiegabile se non per una protratta perdita riconducibile all’impianto idrico degli appellati T. – C.”. Orbene, siffatta affermazione sarebbe – secondo parte ricorrente – in contrasto con le risultanze della documentazione prodotta in giudizio (le fatture relative alla fruizione, da parte dei coniugi T. – C., del servizio idrico), che denota, semmai, come il proprio consumo d’acqua sia rimasto “pressochè invariato nel corso degli anni”, notandosi, anzi, persino “una leggera diminuzione”.

  1. Ha proposto controricorso il P. (ma non la propria compagnia di assicurazione, Zurich Insurance), resistendo all’avversaria impugnazione.

4.1. Il controricorrente deduce, innanzitutto, l’inammissibilità dell’avversario ricorso per una pluralità di ragioni: a) per non essere stata osservata la disciplina stabilita per la notificazione a mezzo “PEC”; b) per essere stato violato – nella formulazione del primo motivo – l’art. 360-bis cpc (comma 1); c) per violazione dell’art. 366 cpc, comma 1, n. 4), atteso che difetterebbe nella proposta impugnazione l’indicazione delle ragioni che sorreggono l’impugnata pronuncia, oltre alla esplicita e specifica indicazione delle ragioni della sua erroneità, risolvendosi, invece, la stessa in “deduzioni generali ed apodittiche affermazioni”, le quali “impingono per giunta caoticamente nel merito”; d) per violazione dell’art. 366 cpc, comma 1, n. 6), difettando la specifica indicazione degli atti e dei documenti sui quali il ricorso si fonda.

Nel merito si assume, infine, l’infondatezza dell’avversario ricorso, evidenziando – in particolare – che l’istruttoria celebrata davanti al Tribunale “non ha affatto dimostrato (come correttamente statuito nella gravata sentenza) l’esistenza di qualsivoglia e conclamato nesso causale tra la vaschetta” del wc “e l’enorme quantità da tutti riscontrata nel sottosuolo”.

  1. Il controricorrente ha presentato memoria, insistendo nelle proprie conclusioni.

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Il ricorso è da respingere.
  2. In limine, peraltro, va disattesa la preliminare eccezione sollevata dal controricorrente – di inammissibilità del ricorso, per violazione della normativa sulla notificazione a mezzo PEC.

Va qui confermato – sul presupposto che “il principio, sancito in via generale dall’articolo 156 del codice di rito, secondo cui la nullità non può essere mai pronunciata se l’atto ha raggiunto lo scopo a cui è destinato, vale anche per le notificazioni” (sicchè pure in relazione ad esse “la nullità non può essere dichiarata tutte le volte che l’atto, malgrado l’irritualità della notificazione, sia venuto a conoscenza del destinatario”) – che, in caso di notificazioni telematiche, il “risultato dell’effettiva conoscenza dell’atto che consegue alla consegna telematica dello stesso nel luogo virtuale” (ovverosia, “l’indirizzo di PEC espressamente a tale fine indicato dalla parte nell’atto introduttivo del giudizio di legittimità”) comporta “il raggiungimento dello stesso scopo perseguito dalla previsione legale del ricorso alla PEC” (così Cass. SU n. 7665/2016, in motivazione; in senso conforme anche Cass. n. 26102/2016, secondo cui “l’irritualità della notificazione di un atto a mezzo di posta elettronica certificata non ne comporta la nullità se la consegna telematica ha comunque prodotto il risultato della conoscenza dell’atto e determinato così il raggiungimento dello scopo legale”).

D’altra parte, poi, il controricorrente neppure ha addotto “alcuno specifico pregiudizio” al proprio “diritto di difesa, nè l’eventuale difformità tra il testo recapitato telematicamente, sia pure con estensione “doc” in luogo del formato “pdf”, e quello cartaceo depositato in cancelleria”, mentre la “denuncia di vizi fondati sulla pretesa violazione di norme di rito non tutela l’interesse all’astratta regolarità del processo, ma garantisce solo l’eliminazione del pregiudizio subito dal diritto di difesa della parte in conseguenza della denunciata violazione” (così Cass. SU 7665/2016 cit.).

  1. Nondimeno, il ricorso – peraltro, ai limiti dell’inammissibilità, per le ragioni indicate dal controricorrente e basate, in particolare, sul disposto dell’art. 360 bis cpc, comma 1 e art. 366 cpc, comma 1, n. 4) – non può essere accolto per nessuno dei motivi proposti.

9.1. Il primo motivo, infatti, non è fondato.

La Corte di Appello di Venezia non è incorsa in alcun error in iure, quanto alla ripartizione dell’onere della prova del nesso causale in relazione alla fattispecie di cui all’art. 2051 c.c.

Giova, invero, premettere l’erroneità dell’assunto – dal quale muovono i ricorrenti – secondo cui, nei giudizi di responsabilità per danni da cose in custodia, il soggetto danneggiato deve limitarsi a dimostrare “il fatto” e “il danno” subito, “mentre non deve provare il nesso eziologico”.

Del tutto differente è, invece, il principio ripetutamente affermato da questa Corte, ovvero che “in tema di responsabilità ex art. 2051 c.c., è onere del danneggiato provare il fatto dannoso ed il nesso causale tra la cosa in custodia ed il danno” (così, da ultimo, Cass. n. 11526/2017 Rv. 644282-01), giacchè quella prevista dalla norma de qua è “un’ipotesi di responsabilità oggettiva”, essendo pertanto “sufficiente, per la sua configurazione, la dimostrazione da parte del danneggiato del verificarsi dell’evento dannoso e del suo rapporto di causalità con il bene in custodia” ( Cass. n. 25214/2014; in senso conforme, anche Cass. n. 2660/2013).

Orbene, a questi principi si è attenuta la sentenza impugnata, la quale – con apprezzamento di fatto, non sindacabile da questa Corte (come si dirà meglio più avanti) – si è limitata ad affermare che “dalle risultanze istruttorie emerge un quadro probatorio confuso e contraddittorio che non consente di considerare raggiunta la dimostrazione della riconducibilità dei danni lamentati dai coniugi T. – C. alla responsabilità del P.”, e ciò “non essendo stato chiarito con certezza quale sia stata la causa della massa d’acqua sottostante all’appartamento degli appellati” (odierni ricorrenti) e “se effettivamente sia stata questa, a sua volta, la causa delle infiltrazioni”.

La Corte lagunare, dunque, non ha operato alcuna “inversione dell’onere della prova” (come denunciato, viceversa, nell’odierno ricorso), ma dalla constatazione circa l’assenza di prova sulla causa delle infiltrazioni (ed in particolare, sulla riconducibilità della stessa alla rottura della cassetta del wc presente nel bagno della proprietà P.) ha tratto – doverosamente – la conclusione del rigetto della domanda risarcitoria.

9.2. Il secondo ed il terzo motivo di ricorso sono inammissibili.

Essi, infatti, si risolvono nella richiesta, a questa Corte, di sindacare l’apprezzamento che la sentenza di appello ha fatto delle risultanze delle prove testimoniali e documentali, rispettivamente, assunte ad acquisite in primo grado, con ciò contravvenendo al principio (sul quale, ex multis, Cass. n. 11892/2016) secondo cui l’eventuale “cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 cpc, comma 1, n. 5), (che attribuisce rilievo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e presenti carattere decisivo per il giudizio), nè in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 cpc, n. 4 – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante”.

  1. Le spese del presente giudizio vanno poste a carico della parte ricorrente e sono liquidate come da dispositivo, ai sensi del dm n. 55/2014.

A carico dei ricorrenti rimasti soccombenti sussiste l’obbligo di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del Dpr n. 115/2002, art. 13, comma 1-quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, condannando T.B. e C.C. a rifondere ad P.A. le spese del presente giudizio, che liquida in Euro 2.600,00, più Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% e accessori di legge.

Ai sensi del DPr n. 115/2002, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla l. n. 228/2012, art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, all’esito di adunanza camerale della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 20 settembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2018

 

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Marina Crisafi

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