LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo                         – Presidente

–   Dott. FRASCA     Raffaele                         – Consigliere

–   Dott. SESTINI   Danilo                           – Consigliere

–   Dott. SCODITTI   Enrico                           – Consigliere

–   Dott. FIECCONI   Francesca                   – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13748/2014 proposto da:           F.B., elettivamente domiciliato in …., presso lo studio dell’avvocato ….. rappresentato e difeso dall’avvocato ….. giusta procura speciale in calce al ricorso; – ricorrente – contro AZIENDA SANITARIA UNICA REGIONALE MARCHE – ASUR, che ha incorporato la ASL N. (OMISSIS) di San Benedetto del Tronto, in persona del legale rappresentante Dr.         G.G. – Direttore Generale, elettivamente domiciliata in ….., presso lo studio dell’avvocato ….. che la rappresenta e difende giusta procura speciale a margine del controricorso;             V.V. in qualità di coerede del Dr.             P.G., domiciliata ex lege in …, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato ….. giusta procura speciale del Dott. Notaio               C.N. in (OMISSIS); AZIENDA SANITARIA UNICA REGIONALE DELLE MARCHE, la quale è subentrata quale incorporante all’Azienda Sanitaria USL (OMISSIS) di Ascoli Piceno, nella persona del legale rappresentante Dr.         G.G., elettivamente domiciliata in ….. presso lo studio dell’avvocato —-, rappresentata e difesa dall’avvocato ….. giusta procura speciale a margine del controricorso; – controricorrenti – e contro …. ASSICURAZIONI SPA, MARCHE ASCOLI PICENO,           D.V.L.,             P.G.; – intimati – avverso la sentenza n. 936/2013 della CORTE D’APPELLO di ANCONA, depositata il 06/12/2013; udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 22/11/2017 dal Consigliere Dott. FRANCESCA FIECCONI.

RILEVATO IN FATTO

  1. Con ricorso per cassazione notificato il 29/04/2014 e depositato il 16/05/2014, F.B., assistito dal legale munito di procura speciale rilasciata in calce al ricorso, ricorre in cassazione avverso la sentenza n. 936/2013 della Corte di appello di Ancona, pronunciata nei confronti del medesimo e di …. MARCHE ASCOLI PICENO, D.V.L. e P.G. (in qualità di ente ospedaliero e dei medici curanti) in data 18/06/2014, depositata il 6/12/2013 e notificata il 28 febbraio 2014, assumendo che la Corte d’appello non abbia correttamente considerato la sua pretesa di riforma della sentenza di primo grado del Tribunale di Ascoli Piceno, nella parte che ha respinto la richiesta di risarcimento del danno per malpractice medica decidendo sulla base di una CTU ritenuta nulla per violazione del contradittorio e, in particolare, non tenendo conto dell’ omessa prestazione di consenso informato correlata a una prestazione medico-sanitaria di tipo ortopedico risalente al (OMISSIS), accertata dallo stesso CTU che, però, nella sua relazione aveva escluso comportamenti negligenti in capo ai sanitari convenuti. Deduce che la Corte d’appello abbia erroneamente rilevato che la pretesa risarcitoria collegata all’omessa prestazione di consenso informato fosse incorsa nelle preclusioni di cui all’art. 183 c.p.c., secondo il testo antecedente alla riforma del 2005 – essendo il procedimento iniziato innanzi al Tribunale di Ascoli Piceno in data 21.03.1997.

1.1. Nel procedimento in cassazione si costituiva l’AZIENDA SANITARIA ….. – mediante controricorso notificato il 9 giugno 2014 e munito di procura speciale rilasciata al difensore a margine del ricorso, con il quale chiedeva il rigetto del ricorso, deducendo che nella domanda e nelle successive memorie della fase di primo grado l’attore non aveva mai prospettato un pregiudizio correlato all’omesso consenso informato, non essendo tale domanda deducibile neanche dal contenuto delle difese, ma solo e tardivamente nella replica alle conclusionali di cui all’art. 190 c.p.c., come rilevato dalla Corte d’appello nella sentenza oggetto d’impugnazione.

1.2. Entrambe le parti depositavano ulteriori memorie difensive a supporto delle rispettive pretese

RILEVATO IN DIRITTO

  1. Quale unico motivo di ricorso il ricorrente deduce la violazione o falsa applicazione delle norme di diritto ex art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli artt. 183 e 184 c.p.c. (vecchia formulazione), non avendo il giudice d’appello considerato che si fosse operata una emendatici libelli, come tale ammissibile sia nel corso del primo grado di giudizio che in quello di secondo grado, come indicato dalla pronuncia della Cassazione, sez. 2, n. 9266/2010. Il ricorrente assume che tale domanda non risentirebbe di preclusioni o decadenze, poichè il potere officioso del giudicante di rilevare l’inammissibilità riguarderebbe, secondo le vecchie disposizioni processuali, solo la mutatio libelli, tant’è che il giudice di primo grado aveva ritenuto di dovere chiedere chiarimenti al CTU in merito a tale pretesa, il quale ha confermato l’assenza di consenso informato, pur escludendo la sussistenza di comportamenti colposi in capo ai sanitari. In particolare, il ricorrente riferisce di avere subito un danno biologico di 10 punti percentuale superiore a quello derivante dal trauma per il quale era ricorso alle cure dei sanitari convenuti. Il giudice di primo grado aveva ritenuto infondata l’eccezione di nullità della CTU, sulla base della quale era possibile escludere la sussistenza di comportamenti colposi in capo ai sanitari, ritenendo che anche l’accertata carenza di consenso informato non avesse determinato danni in capo all’attore. Chiede pertanto il ricorrente che sia cassata con rinvio la sentenza di secondo grado che, invece, aveva dichiarato processualmente non ammissibile lo scrutinio della domanda risarcitoria correlata all’omesso consenso informato, dovendosi anche rilevare l’erroneità della statuizione del giudice di seconde cure nella parte in cui aveva qualificato come extracontrattuale, e non contrattuale, la domanda giudiziale svolta dall’attore, statuendo erroneamente anche sui relativi oneri probatori dell’attore in tema di consenso informato.

2.1. La parte controricorrente deduce innanzitutto che tale domanda integri una violazione processuale che avrebbe dovuto essere fatta valere a norma dell’art. 360 c.p.c., n. 4 e non sotto il profilo della violazione o falsa applicazione di norme di diritto ai sensi dell’art. 360 c.p.c. n. 3. Nel merito la resistente deduce l’infondatezza della domanda, indicando che la domanda intesa a far valere l’omesso consenso informato e i correlati danni sia ontologicamente diversa da quella collegata all’accertamento, citando in proposito la sentenza della Cass. n. 25764/2013: nel corso del giudizio di primo grado sarebbe pertanto intervenuto un mutamento della domanda del tutto inammissibile anche sotto lo scudo delle vecchie norme processuali.

2.2. In relazione alla questione d’inammissibilità posta dalla controricorrente, questa Corte, pur aderendo all’orientamento giurisprudenziale (Cass. n. 26091/2015) secondo cui l’indicazione delle norme che si assumono violate non si pone come requisito autonomo ed imprescindibile ai fini dell’ammissibilità del ricorso in cassazione osserva che si tratta pur sempre di un elemento richiesto al fine di chiarire il contenuto dell’impugnazione, e di identificarne i limiti, ragion per cui la mancata indicazione delle disposizioni di legge può comportare l’inammissibilità della singola doglianza solo qualora gli argomenti addotti non consentano di individuare le norme e i principi di diritto che si assumono violati. Dal contenuto del ricorso, pur tuttavia, si desume chiaramente che la censura relativa alla violazione di legge, mossa dal ricorrente, attiene alla mancata osservanza delle norme processuali vigenti all’epoca dell’instaurazione del procedimento di primo grado, non sussistendo alcuna differenza, sul piano logico, tra la dedotta violazione di norme di diritto e la violazione di norme processuali. Pertanto, al fine di vagliare l’ammissibilità della suddetta censura, in tale caso è sufficiente rilevare che la tassatività e la specificità del motivo di censura esigono che il vizio denunciato rientri nelle categorie logiche di censura enucleate dal codice di rito, come risulta facilmente rilevabile nel caso di specie (cfr. anche Cass. n. 18202/2008).

2.3. La questione d’inammissibilità del ricorso posta dalla parte resistente è pertanto infondata.

  1. In merito alla censura correlata alla dichiarazione d’inammissibilità dell’appello, rilevata dalla Corte territoriale sull’assunto della novità della domanda ai sensi dell’art. 345 c.p.c. comma 1, in relazione alla tardiva proposizione della medesima nella fase di primo grado, osserva questa Corte che la doglianza del ricorrente si affida a un precedente in materia di controversie agrarie, secondo il quale la diversa quantificazione o specificazione di una pretesa, fermi i fatti costitutivi, non comporta la prospettazione di una nuova domanda e quindi una mutatio libelli. Più in generale, in tale precedente si ribadisce un consolidato orientamento di questa Corte, in base al quale si verifica una mutatio libelli, e non già una mera emendatio, quando una domanda venga impostata su presupposti di fatto e su conseguenti situazioni giuridiche non prospettati in precedenza, con conseguente immutazione dei fatti costitutivi del diritto fatto valere.

3.1. Nell’ipotesi di omesso consenso informato, occorre tuttavia far riferimento alla giurisprudenza formatasi nel delicato settore della responsabilità medica, ove la Corte di legittimità ha già segnato una netta distinzione tra i diversi tipi di domande risarcitorie concernenti la responsabilità medica, e soprattutto in riferimento a quelle che coinvolgono l’omesso consenso informato. Ed invero, tale domanda comporta l’introduzione nel processo di un nuovo tema di indagine e di decisione che altera l’oggetto sostanziale dell’azione e i termini della controversia, tanto da porre in essere una pretesa diversa da quella fatta valere in precedenza (v. sul punto Cass. n. 10741/2009 e Cass. n. 18513/2007, che ha qualificato come mutamento della causa petendi il porre a fondamento dell’azione di risarcimento danni conseguenti ad intervento chirurgico il difetto di consenso informato, dopo aver fondato tale azione sulla colpa professionale).

3.2. La domanda ritenuta non ammissibile dalla Corte d’appello perchè intervenuta “quando oramai erano scaduti i termini perentori per apportare modifiche alla domanda introdotta dall’attore con atto di citazione” ha, dunque, come presupposto proprio l’esame delle conseguenze risarcitorie relative all’omessa informazione sul trattamento medico sanitario proposto, pretesa che può assumere rilievo anche ove non sussista in ipotesi una lesione della salute collegata a negligenza medica, (come accertato in via definitiva dal giudice del merito nel caso di specie), richiedendo tuttavia – in più – la prova che l’adempimento dell’obbligo informativo avrebbe con certezza prodotto l’effetto del rifiuto della prestazione medica, soggetta al principio della libera autodeterminazione del soggetto che vi si sottopone (v. Cass. 18513/2007, Cass 2468/2009, Cass. 2847/2010 e Cass. n. 11950/2013). Di questa stregua, la formulazione della domanda di risarcimento dei danni conseguenti a una prestazione medica resa in difetto di consenso informato, in aggiunta all’azione risarcitoria fondata sulla sola colpa professionale, comporta inevitabilmente un ampliamento, di non poco conto, sia del tema di indagine sia di quello decisionale, occorrendo verificare conseguentemente se l’osservanza, da parte del sanitario, dell’obbligo di fornire al paziente le necessarie informazioni sul bilancio tra rischi e vantaggi dell’intervento ne avrebbe con certezza impedito l’esecuzione.

3.3. Ne consegue che tale domanda risarcitoria, intervenuta al di fuori dei termini processuali che regolano il giusto contraddittorio, si qualifica come un’ inammissibile mutatio libelli anche sotto il regime del processo civile vigente all’epoca dell’instaurazione della controversia, come tale non sanabile, posto che l’accertamento della violazione dell’obbligo di acquisire il “consenso informato” alla prestazione medica, effettuato dal CTU nel corso del procedimento di primo grado, certamente non è valso a determinare un’implicita accettazione del contraddittorio su un tema processuale che rappresenta un elemento di novità rispetto all’iniziale tema del contendere.

3.4. Il ricorso, pertanto, è infondato, con ogni ulteriore conseguenza in merito alle spese di lite.

P.Q.M.

  1. Rigetta il ricorso, condannando il ricorrente alle spese di lite, liquidate in Euro 2.100,00, oltre spese, pari a Euro 200,00, spese generali e contributi di legge;
  2. Ai sensi del Dpr n. 115/2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla l. n. 228/2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 22 novembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2018

 

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Marina Crisafi

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