LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA     Raffaele                         – Presidente   –

Dott. DE STEFANO Franco                           – Consigliere –

Dott. SCODITTI   Enrico                           – Consigliere –

Dott. ROSSETTI   Marco                           – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella                   – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22236/2016 proposto da: ROMA CAPITALE, (C.F. (OMISSIS)), in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente domiciliata in ….., presso lo studio ….., rappresentata e difesa dall’avvocato …..; – ricorrente – contro             C.M., elettivamente domiciliato in …., presso lo studio dell’avvocato ….., che lo rappresenta e difende; – controricorrente – e contro …. S.R.L. in liquidazione; – intimata – avverso la sentenza n. 3791/2016 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 14/06/2016; udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non partecipata del 13/07/2017 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PELLECCHIA.

RILEVATO


che:

  1. Nel 2006 C.M. convenne in giudizio Roma Capitale per sentire dichiarare la responsabilità, ex artt. 2043 e/o 2051 c.c. e la conseguente condanna al risarcimento del danno in ragione del sinistro stradaleverificatosi nel giugno del 2003. Espose l’attore di essere caduto dalla sua motocicletta, riportando diverse fratture, a causa della presenza sul manto stradaledi sassi e brecciolini non opportunamente e preventivamente segnalati. Roma Capitale, costituitasi, contestò nel merito la fondatezza e l’ammissibilità della domanda e, comunque, chiese ed ottenne l’autorizzazione alla chiamata in causa della …, quale impresa addetta alla manutenzione di sorveglianza della strada interessata, al fine di essere manlevata in caso di condanna.

Il Tribunale di Roma con sentenza n. 7452/2012 rilevò la carenza di legittimazione passiva della …. e comunque rigettò la domanda.

  1. La Corte d’Appello di Roma, con la sentenza n. 2791 del 14 giugno 2016, riformando la decisione di primo grado, accoglieva la domanda del C. ritenendo che, una volta provata la sussistenza sulla strada di una situazione insidiosa e che la caduta dalla moto si era verificata proprio in conseguenza dei sassi, sarebbe stato onere del Comuneprovare la sussistenza del caso fortuito, ossia l’impossibilità di rimuovere detta situazione per difetto del tempo necessario. Onere che non era stato adempiuto. Ha inoltre dichiarato inammissibile l’appello incidentale del Comunenon essendo stato notificato all’appellante contumace …. ed, in ogni caso, nel merito infondato in quanto era onere del Comune dimostrare che il tratto in questione era stato appaltato per la manutenzione proprio alla società chiamata in manleva, producendo il relativo contratto. Nè tantomeno era stato dedotto che i sassi fossero rimasti sulla sede stradale per incuria della società che aveva eseguito delle opere.
  2. Avverso tale pronunzia il Comunedi Roma propone ricorso per cassazione sulla base di 4 motivi.

3.1. Resiste con controricorso C.M..

  1. E’ stata depositata in cancelleria ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c. e regolarmente notificata ai difensori delle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza, proposta di inammissibilità del ricorso. Il ricorrente ha depositato memoria.

CONSIDERATO

che:

  1. A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, reputa il Collegio con le seguenti precisazioni, di condividere le conclusioni cui perviene la detta proposta.

6.1. Con il primo motivo il ricorrente denunzia, violazione degli artt. 343, 346 e 292 cpc – Error in procedendo (art. 360, comma 1, n. 4). Lamenta l’erroneità della sentenza impugnata per avere dichiarato inammissibile l’appello incidentale proposto da Roma Capitale contenente la riproposizione del difetto di legittimazione passiva già sollevata in primo grado, per non averlo notificato alla società …. rimasta contumace.

Il motivo è inammissibile.

L’appello incidentale, ai sensi dell’art. 343 cpc, comma 1, si propone con il deposito della comparsa in cancelleria nei termini di cui all’art. 166 cpc, senza che sia necessaria alcuna preventiva notificazione dell’atto che lo contiene all’appellante principale o ad altra parte già costituita, dovendosi, invece, provvedere solo nei confronti della parte contumace non presente nel giudizio di secondo grado (Cass. 7769/2016). Come appunto si sarebbe dovuto fare nel caso di specie.

6.2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta sul difetto di legittimazione passiva di Roma Capitale – Violazione e falsa applicazione dell’art. 116 cpc, per omessa valutazione della prova documentale (art. 360, comma 1, n. 4). La sentenza impugnata sarebbe errata laddove ha ritenuto che era onere del Comune dimostrare che il tratto di strada in questione era stato appaltato per la manutenzione proprio alla società chiamata in manleva producendo il relativo contratto, e tale onere non è stato adempiuto. La corte d’appello sarebbe giunta a tale conclusione senza considerare un documento di fondamentale importanza depositato agli atti di causa.

Il motivo è inammissibile.

Il motivo, difatti, non può essere esaminato alla stregua di Cass. SU n. 3840/2007, difatti qualora il giudice, dopo una statuizione di inammissibilità (o declinatoria di giurisdizione o di competenza), con la quale si è spogliato della potestas iudicandi in relazione al merito della controversia, abbia impropriamente inserito nella sentenza argomentazioni sul merito, la parte soccombente non ha l’onere nè l’interesse ad impugnare; conseguentemente è ammissibile l’impugnazione che si rivolga alla sola statuizione pregiudiziale ed è viceversa inammissibile, per difetto di interesse, l’impugnazione nella parte in cui pretenda un sindacato anche in ordine alla motivazione sul merito, svolta ad abundantiam nella sentenza gravata.

6.3. Con il terzo motivo il ricorrente si duole della violazione e falsa applicazione dell’art. 132 cpc, n. 4 (art. 360, comma 1, n. 4). Contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili. Lamenta in particolare che il giudice di appello abbia erroneamente ritenuto che il sinistro sia accaduto non su una strada urbana cittadina ma sul tratto autostradale.

Il motivo è inammissibile per carenza assoluta di specificità. Inoltre non sussiste il vizio lamentato in quanto la motivazione è congrua e scevra da vizi logico giuridici.

Non solo. Il ricorrente anche qui non coglie la ratio decidendi della sentenza perchè i giudici dell’appello hanno detto che il Comune non ha dato prova del caso fortuito.

In tema di sinistro stradale, il danneggiato che agisca per il risarcimento dei danni subiti in conseguenza di una caduta avvenuta, mentre circolava sulla pubblica via alla guida del proprio ciclomotore è tenuto alla dimostrazione dell’evento dannoso e del suo rapporto di causalità con la cosa in custodia, non anche dell’imprevedibilità e non evitabilità dell’insidia o del trabocchetto, nè della condotta omissiva o commissiva del custode, gravando su quest’ultimo, in ragione dell’inversione dell’onere probatorio che caratterizza la responsabilità ex art. 2051 c.c., la prova di aver adottato tutte le misure idonee a prevenire che il bene demaniale presentasse, per l’utente, una situazione di pericolo occulto. Nel caso di specie, come già detto tale prova non è stata data dal Comune.

Ma anche se la strada fosse stata privata (cfr. ricorso pag. 14) non verrebbe meno la responsabilità del Comune. In tema di responsabilità da negligente manutenzione delle strade, è in colpa la Pubblica Amministrazione che non provveda alla manutenzione o messa in sicurezza delle aree, anche di proprietà privata, latistanti le pubbliche vie, quando da esse possa derivare pericolo per gli utenti delle strade, nè ad inibirne l’uso generalizzato; ne consegue che, nel caso di danni causati da difettosa manutenzione d’una strada, la natura privata di questa non è, di per sè, sufficiente ad escludere la responsabilità dell’amministrazione comunale ove la stessa era tenuta alla sua manutenzione.

6.4. Con il quarto motivo il ricorrente si duole della violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 c.c. (art. 360, comma 1, n. 3).

La corte territoriale avrebbe violato l’articolo sopra richiamato perchè una corretta applicazione della norma citata presupporrebbe che il danneggiato provi il fatto ed il nesso di causalità tra le lesioni ed il fatto. Prova che, invece, non è stata fornita dall’attore. Sostiene, ancora, il ricorrente che non vi sarebbe certezza che il sinistro si sia verificato a causa dei sassi e dei detriti presenti sulla strada, posto che anche il rapporto del VV.UU. si limita solo ad appurare che sul luogo del sinistro erano presenti dei materiali inerti. Pertanto non risulterebbe provato che il C. sia caduto dalla moto a causa della presenza dei sassi sul manto stradale. Ed in ogni caso anche volendo ritenere provato il nesso di causa non potrebbe configurarsi alcuna colpa in capo all’Amministrazione sussistendo chiaramente un’ipotesi di caso fortuito.

Il motivo è inammissibile.

Il giudice con un accertamento di merito ha ritenuto che è risultato provato sia dal rapporto della polizia municipale che dalla dichiarazione del teste oculare Sforza, che sotto giuramento ha confermato quanto già dichiarato nell’immediatezza, che il C. (…) sbandava in conseguenza di sassi presenti sulla carreggiata, finendo sul ciglio sinistro della strada (…). Anche le autorità intervenute hanno dato atto della presenza in loco di materiale insidioso sparso sulla carreggiata tanto da contattare in ufficio preposto alla rimozione del materiale pericoloso. Aggiunge ancora il giudice del merito, che una volta provata la sussistenza sulla strada di una situazione insidiosa e che la caduta dalla moto si verificò proprio in conseguenza dei sassi sarebbe stato onere del Comune provare la sussistenza del caso fortuito, ossia l’impossibilità di rimuovere detta situazione per difetto del tempo necessario. Tale onere probatorio non è stato assolto. Nè tantomeno la ricorrente dice dove ne ha discusso nelle precedenti difese in violazione dell’art. 366 cpc, n. 6.

In ogni caso quando il giudice di secondo grado esegue un accertamento di fatto, come nel caso di specie, la Corte di Cassazione, per poter verificare la legittimità della decisione di merito sulla questione, dev’essere investita da una censura di omesso esame di un fatto decisivo, a norma dell’art. 360 cpc., n. 5, non essendo sufficiente, a scardinare tale accertamento, una censura di violazione di norma sul procedimento, ai sensi dell’art. 360 cpc, n. 3. Il vizio denunciato, pertanto, risulta eccentrico rispetto al modello legale nella specie rappresentabile.

  1. Pertanto, ai sensi degli artt. 380 bis e 385 cpc., il ricorso va dichiarato inammissibile. Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 2.800,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in euro 200, ed agli accessori di legge. Ai sensi del Dpr n. 115/2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla l. n. 228/2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 13 luglio 2017.

Depositato in Cancelleria il 22 dicembre 2017

 

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Marina Crisafi

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