Il danno iatrogeno è un pregiudizio alla salute, provocato dalla colpa di un sanitario, che ha per effetto l’aggravamento di una patologia già esistente, a sua volta ascrivibile a colpa di terzi o a cause naturali. Può essere definito come un danno “disfunzionale” che inserendosi in una situazione in parte compromessa determina, aggravando le condizioni di salute del paziente, un incremento differenziale del danno.

Si tratta di un pregiudizio che rappresenta una sub-specie del danno biologico, giacchè incide sul medesimo bene tutelato dall’ordinamento: la salute. Tuttavia se ne differenzia per via dell’iter causale da cui origina. Il danno iatrogeno infatti si verifica all’esito della seguente successione causale: una lesione alla salute di un paziente; un intervento medico/sanitario per far fronte alla stessa; l’errore del sanitario; l’aggravamento o mancata guarigione della lesione iniziale.

Il danno iatrogeno è un danno differenziale, la cui liquidazione ha affermato la Cassazione, “deve avvenire con un criterio differenziale, pari alla differenza tra il risarcimento dovuto per il danno effettivamente residuato in corpore, meno il valore monetario ideale dell’invalidità che sarebbe comunque residuata in caso di tempestiva cura” (cfr. Cass. n. 13765/2018).

Più nello specifico, il giudice di legittimità ha affrontato il nodo della liquidazione del danno iatrogeno nel 2014, chiarendo che “in tema di responsabilità medica, allorché un paziente, già affetto da una situazione di compromissione dell’integrità fisica, sia sottoposto ad un intervento che, per la sua cattiva esecuzione, determini un esito di compromissione ulteriore rispetto alla percentuale che sarebbe comunque residuata anche in caso di ottimale esecuzione dell’intervento stesso, ai fini della liquidazione del danno con il sistema tabellare, deve assumersi come percentuale di invalidità quella effettivamente risultante, alla quale va sottratto quanto monetariamente indicato in tabella per la percentuale di invalidità comunque ineliminabile, e perciò non riconducibile alla responsabilità del sanitario” (Cass. n. 6341/2014).

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