Nel momento in cui un paziente si rivolge a un medico per sottoporsi a una cura farmacologica, a un trattamento chirurgico estetico o risolutivo di una qualche patologia, contrae con lo stesso un’obbligazione da cui derivano diritti e obblighi reciproci. Da una parte c’è il medico, che deve saper ascoltare, raccogliere tutte le informazioni necessarie a una corretta diagnosi e cura e dall’altra il paziente, che nell’ambito di un rapporto di natura fiduciaria, deve seguire le indicazioni del professionista, sottoporsi alle analisi e agli esami diagnostici prescritti e assumere, nel rispetto della prescrizione medica, i farmaci nei dosaggi ordinati.

Quando, nell’ambito di questo rapporto, il paziente, contravvenendo alle indicazioni del proprio medico, non si attenga alle sue prescrizioni e, a causa di questa sua condotta, vada incontro a un peggioramento delle proprie condizioni di salute o rischi di perdere la vita, per la legge e la giurisprudenza egli sarà ritenuto responsabile, a seconda dei casi, in via esclusiva o concorrente del danno riportato. Il tutto ai sensi dell’art.1227 c.c. ai sensi del quale: “Se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate. Il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza.”

Non solo diritti quindi per il paziente, ma anche obblighi, che se non rispettati, rischiano di negare o grandemente ridurre il risarcimento per responsabilità medica richiesta. Prendendo spunto dai casi esaminati dalla giurisprudenza i giudici hanno ritenuto sussistente il concorso del paziente nelle cause di responsabilità medica nei seguenti casi:

– assunzione in dosi eccessive di un farmaco anticoagulante;

– scuoiamento del dito per propria negligenza e distrazione;

– mancata presentazione a una visita di controllo.

 

Giurisprudenza:

– Corte di Cassazione sentenza n. 17327 del 2018 “La sentenza impugnata deve essere cassata. Risulta infatti dall’esame dell’atto di appello — che questa Corte è tenuta a visionare, attesa la natura procedurale del vizio in contestazione — che esso conteneva censure in ordine alla non corretta valutazione della prova della scorretta esecuzione degli atti operatori, anche in relazione al quadro clinico complessivo della paziente; alla irregolarità della tenuta della cartella clinica, come risultante anche dalla c.t.u.; all’errata applicazione delle regole in tema di onere della prova nelle cause di responsabilità professionale del medico ed all’errato riconoscimento di un concorso di colpa della paziente nella ritardata diagnosi di distacco retinico. Si tratta di argomentazioni che la Corte d’appello avrebbe dovuto vagliare nel merito, tenendo conto del fatto che l’atto di appello non deve necessariamente contenere, come invece ha detto la Corte fiorentina, una parte rescindente ed una rescissoria, ma deve mettere il giudice di secondo grado in condizioni di comprendere con esattezza il tipo di doglianze mosse alla decisione di primo grado. Il ricorso, pertanto, è accolto e la sentenza impugnata è cassata.”

Corte di cassazione ordinanza n. 19189 del 2018 “La norma sul concorso causale del danneggiato, di cui all’articolo 1227 cod. civ., ha trovato quindi applicazione nel rapporto con la parte contraente danneggiante, titolare di una posizione di massima garanzia e di protezione, e il paziente ricoverato che, tornato in stato di capacità di intendere o di volere, ma comunque ancora bisognoso di terapia, è riuscito per cause rimaste ignote a procurarsi e ad assumere, in via del tutto autonoma, sostanze nocive in grado di interferire sulla sua salute, e ciò in presenza di condizioni che lasciavano sì presumere come non necessaria una stretta sorveglianza sulla sua persona, ma non fino al punto di consentirgli un libero contatto con terzi provenienti dall’esterno o un’autonomia di comportamenti. La Corte d’appello, pertanto, ha dimostrato di avere dato concreta applicazione della norma sul concorso colposo del creditore nella determinazione dell’evento lesivo, ex art. 1227 cod. civ., dando maggior peso alla condotta colposa del ricoverato in una fattispecie in cui non solo rileva in concreto il rapporto tra sorvegliante e sorvegliato, ma anche la condizione di recuperata lucidità psichica e di capacità naturale, valutata ex ante, in cui si trovava il paziente sottoposto a terapia che, evidentemente, ha dimostrato di avere un grado di autonomia tale da poter sfuggire al controllo della struttura, procurandosi sostanze nocive.”

 

 

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